Quel certo effetto

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Non ci si abitua mai. Nomadi resilienti che si piaggiano per l’assenza di radici. Liberi pensatori abituati a non disfare mai le valigie. Poliglotti indomiti che snobbano le minoranze monolingue. Frequent flyers. Solitari misantropi tristemente assuefatti a viaggiare da soli.
Non vi credo. Fa sempre un certo effetto prenotare un volo di sola andata. Organizzare un trasloco. Didsdire un affitto. Chiudere porte, battenti, contatti.
Si fa finta di non temere nulla. Si fa finta di esserci abituati. Ci si prende in giro a dirsi è meglio così.
Sempre. Si crede per un attimo di non provare più nulla e poi ci si scopre, come bambini disobbedienti colti in flagrante, a vagheggiare su un briciolo di stabilità.
Fa sempre un certo effetto continuare a ripetersi che il giorno in cui ci sarà qualcuno ad aspettarti all’aeroporto, allora il peggio sarà finito.
Fa niente, ci si ripete, perché non si ha scelta.
Si preparano gli scatoloni, che tanto si è esperti. Si mettono via i soldi per il taxi, che a trascinare le valigie sugli autobus ci si è anche stufati.
Poi si cerca di dormire un po’, che quello è l’unico senso che rimane. Dormire dopo una giornata dura. Non si leggono le notizie, che fanno paura.
E ci si prende in giro, sarà meglio, vedrai.
Piccoli sono i lussi della vita, quando ci consente di illuderci per un infinitesimale attimo. Non ne possiamo fare a meno, la speranza è nella nostra natura di Homo Sapiens.
In questa incomprensibile esistenza di oggetti e denaro, essere è un lusso. È quel momento all’arrivo, quando per pochissimo ci credi ancora che ti potrai fermare. Allora sei. E ti riposi. Preparando le forze per il tuo prossimo viaggio di sola andata.
Perché i biglietti col ritorno appartengono ai vacanzieri. Noi viaggiatori andiamo solo one way. E fa sempre un certo effetto.

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Di stelle, siamo fatti

Un giorno mi leggerai e paradossalmente non riconoscerai il linguaggio. Banalmente, l’avrai dimenticato. Come quelle favole notturne di cui ricordiamo qualche pezzo, qualche frase, qualche impressione. Qui e là. Oppure quelle canzoni stupide, che ti portano il ricordo improvviso di un momento che tu non volevi ricordare.
Che stupida è stata questa vita, ci diremo. Decenni passati a carpirne il senso. Cercando di interpretare i segni, le lingue, le stagioni.
Lo rifaresti? Mi chiederai. Se, quando ancora popolavi il nulla ti fosse stato dato da guardare un video del tuo predeterminato futuro, e una scheda con due opzioni, avresti scelto il Sì oppure il No?
Come tre quarti della popolazione mondiale, il segno di spunta l’avrei messo sul No. Mi sarei risparmiata gli affanni e il ritrovarmi al termine di tutto questo, senza un senso.
Ah, mi dirai, fatalista e sartriana.
Come potrò farti comprendere? Non trovo il senso di nulla. Non capisco il perché del denaro e delle monete, dello scambio e del profitto. Non capisco le frontiere, se non quelle naturali dettateci dal questo pianeta. Non capisco l’urgenza alla sopraffazione della specie a cui appartengo. E tante altre cose, non capisco.
Tu mi guarderai in modo ironico, a quel punto. Perché non riconoscerai il linguaggio. Farai fatica a districare le sintassi, a trovare un filo logico, una grammatica universale. Tergiverserai, lo sento, e senza darmi troppo peso riprenderai le tue faccende affacendanti. E ti darò ragione, un filo logico non c’è mai stato.
Vorrei tanto poterti rassicurare. Dirti che quella là fuori è vita. Dirti che queste lingue mischiate tra di loro sono comunicazione. Giurarti che capisco. Vorrei, potrei forse. Portarti per mano tra città, spiagge e campagne.
Ma non sono io che devo farlo. Devi sollevarti, sostenerti sulle tue gambe, e andare. Via. Per questo mondo senza senso.
Mi riconoscerai, un giorno? Io che ancora uso carta e penna per scrivere ed il telefono per telefonare? Io, sgrammaticata, accademica, sedentaria, iperattiva, volatile, senzatetto, itinerante e disillusa?
Ma certo, mi dirai. Non ci si può evitare.
Eppure. Anche se nulla è determinato, io su quella scheda sceglierei No. Per darmi, darti la libertà più grande: quella di non doverci essere. Sempre. E di non dover capire.

Quello che c’è in mezzo

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Il rifiuto di tutto si manifesta nelle piccole cose. Un atto mancato, un lapsus, una password dimenticata, un accesso che ti viene rifiutato perché è troppo tempo ormai che non riesci più a scrivere nulla. O a dire nulla. O ad ascoltare nulla.
Alla fine, un giorno, ci riesci. Trovi la tranquillità di un momento. Riaccendi la musica. Hai tempo di ascoltare, di battere i tasti del tuo vecchio computer che non hai i soldi per cambiare.
Fatichi. Cerchi le parole, la grammatica, inciampi su tempi e sintassi perché le lingue si sono mischiate ormai con effetti ridicoli.
Poi ti rilassi. Perché questo è un posto consueto. Familiare. Anche fuori dalla finestra fisica sul mondo, il posto è familiare. Detestato, ma familiare. Rifiutato, rigonfio di un passato doloroso, ma familiare. Fatichi a scriverle queste parole. Dopo più di un anno di automatica sopravvivenza, fatichi a razionalizzare. Eppure è così semplice.
Si torna sui propri passi quando non si ha dove andare. Quando dopo mezzo secolo di incertezze, si capisce che la vita è semplicemente così, incastrata tra le due uniche certezze: la nascita e la morte. E poi tutto quel caos indistinto che c’è in mezzo.
In questo caos, avevi dimenticato le parole. Anche per rientrare in questo vecchio diario, cancellato e riaperto più volte.
Ti chiedi se ne valga ancora la pena. Ti chiedi per cosa valga ancora la pena trascinarsi questo immenso fardello sempre da sola. Per cosa valga la pena cercare di capire il senso di quello che c’è in mezzo.
Credevi con sollievo di aver raggiunto l’indifferenza, fino a che un giorno riesci a cambiare la password e a togliere la polvere da un luogo che pensavi di avere abbandonato.
Purtroppo non si riesce mai ad abbandonare nulla.
Vorresti metterlo in ordine, chissà, questo in between, questo caotico dolore accatastato in mezzo ai due punti di certezza. Ma non ci si riesce mai. Non puoi neppure scrivere tutto, perché tutto sommato questo è un posto pubblico e i tuoi dolori, le tue violenze, i tuoi rimpianti, i tuoi lividi, le tue umiliazioni le tieni nei tuoi diari segreti.
Quello che c’è in mezzo non si può dipanare, non si può capire. Ci hai provato molte volte e adesso basta. Adesso ascolti. Senza credere più a nulla, se non ai silenzi che sempre ti hanno accompagnato.
Prima o poi riuscirai a fermarti e a guardare il tramonto.

Piano quinquennale

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La vita è scansionata da cicli di cinque anni. Almeno così è per me. Regolarmente. Dalla nascita, un quinquennio dopo l’altro, li vedo allineati. Tutti e dieci. L’infanzia prescolare, ce la ricordiamo appannata, sognante. Qualche foto in bianco e nero dell’asilo. Una bambina che piange e non assomiglia neanche a te. Non so dove siano state scattate quelle foto. Non lo so mai. Le elementari. Le scuole scandiscono con regolarità angosciante le nostre fasi evolutive. Le scuole, il bullismo, l’inadeguatezza. Il quinquennio della pubertà, dell’adolescenza. Lì è cominciato. Il voler fuggire. Il desiderio di fuga da quell’infanzia che era stata troppo difficile e troppo sola. La determinatezza a voler costruire una famiglia mia, una serenità mia. Le fesserie che riempiono la testa di noi bambine complicate, coi disordini alimentari, con la madre problematica. Lavoro, trasloco, famiglia, abbandono, trasloco, famiglia, divorzio, trasloco, abbandono, di nuovo, ricerca, trasloco. E così via.
Un quinquennio dopo l’altro di costruzione, distruzione, ricerca, costruzione e distruzione. Terapia. Scivoloni. Lingue che si mischiano nel ricordo. E nella tua testa, anche adesso, fai fatica a trovare il linguaggio adeguato. Ti vengono parole a caso. Soulmate. Happiness. Family. Career.
Woman.
Perché.

Un altro quinquiennio è appena finito. Non ha funzionato. L’ansia di uscire dall’isolamento ha portato ulteriore isolamento. L’ansia di mettere finalmente radici ha portato alla finale consapevolezza che alcune persone sono fatte per seguire il vento.
L’ansia. Se c’è una parola che può caratterizzare questi dieci quinquenni, eccola: l’ansia di rendermi adeguata. Di essere più alta, più bella, più magra. Più normale. L’ansia di venire accettata, perché io ero sempre l’outsider. Si è sempre l’outsider di qualcuno. Corta, vivace, befana, terrona, quella con la madre strana, cinese, stracciona, foreigner, depressa, fake, straniera.
Straniera.
Che mondo strano. Tutti vogliamo appartenere ma, nella foga, ci isoliamo. Nell’egoismo delle nostre velleità. Nell’isolazionismo dei nostri linguaggi. Nell’ansia delle nostre azioni che sempre, senza esclusioni, tendono al possesso.

Un altro quinquennio comincia. Fatto di valigie, scatoloni. Nessuna aspettativa. Ah, le aspettative. Quelle, per fortuna, se le è portate via la corrente vorticosa di questi dieci lustri. Quante domande ti continui a fare. Del perché non abbia mai funzionato. Del perché ci sia sempre caduta e incespicata sopra. Del perché abbia sempre creduto a tutti coloro a cui non dovevo credere. Sono tutti lì, alle mie spalle, falsi amici, falsi amanti, omuncoli, datori di lavoro, figli. La folla dei se e dei ma.
Nulla dunque. Non cerco più nulla di produttivo. Il prossimo quinquennio sarà quello in cui, senza troppe pretese, lascerò accadere la vita. Senza troppo dolore, uno spera, ma neanche quella è una grossa priorità dato che a un certo punto ci si anestetizza (a parte i picchi, quelli non si possono prevedere e si farà al momento). Prima o poi nel mio peregrinare troverò un angolo in cui ritirarmi in silenzio. Senza desiderio di possesso, senza debiti, senza eccessive illusioni. Senza.

Lasciamo che l’inverno si concluda. La mia avversione al freddo e al buio non si è mai attenuata. Chiudo la porta per un po’, nessuno bussa. Un tempo ci speravo. Adesso mi da’ fastidio anche il postino. Che non passa mai, comunque. È tutto virtuale, vero?

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Sulle nostre menzogne

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Scrivo parole a casaccio. Parlo spesso infatti, senza colpo ferire ma solo per parlare. Scrivo molto più raramente, per la mia conclamata incapacità di organizzare il tempo. Eh già, il tempo. Che tutto copre, che tutto porta via, che tutto cicatrizza.
Questa lettera dunque come tutte le mie altre, accatastate in cassetti polverosi, mai arriverà al destinatario. Ma la mia scrittura non segue una logica, non vuole un pubblico ne’ una critica di stile: è un’eruzione improvvisa, una marea che cerca uno sfogo. Un esperimento che cerca la teoria.
Quante volte ho promesso di scriverti. Ma tu non leggi e comunque non saresti mai riuscito a leggermi, assorbito come sei nel tuo ciclo karmico di cause perse e conseguenze dolorose. Ora, e adesso, proprio di questo dolore che non c’è più volevo scrivere.
E di tutte le menzogne. Che una dietro l’altra hanno incrostato la possibilità di una vita serena.
Il problema è che adesso io non credo più. Perché non so più discernere la falsità dal vero, nei tuoi roboanti racconti di vita vissuta o immaginata. Anche se la tua è una voce che non sento più da lungo tempo e, per fortuna, non riesco più a ricordare.
Strano il tempo, vero? Distorce i ricordi lontani, quelli che non vengono più alimentati dalle masochistiche velleità dei se, dei forse e dei rimpianti. Delle occasioni perse che non erano occasioni, ma solo l’ennesimo mulino a vento. L’ennesimo calesse.
Le menzogne no. Tutto ho potuto sopportare, tutto mi sono lasciata fare, anche l’inimmaginabile che la mia scrittura fragile non riesce e non vuole descrivere. Ma la consapevolezza improvvisa che ogni promessa, ogni dichiarazione, ogni gesto, ogni carezza, ogni dolore, ogni piacere altro non fosse che una costruzione mentale senza fondamenta reali, quella no, tale realizzazione mi è crollata addosso con tutto ciò che ci era costruito sopra. E mi ha portato sull’orlo della tua follia. Tua. Non mia. Io dal baratro mi ci sono allontanata ormai da anni, anche se a volte ci vacillo come un’acrobata esibizionista.
Quante volte si è parlato d’amore? Senza capire la legge fondamentale che è quella, appunto, che l’amore non detta leggi. L’amore non distrugge, non ferisce, non graffia, non tagliuzza. Non possiede, in alcun modo. L’amore non vuole, non pretende e non sembra. L’amore è. Sembra una frase da cioccolatini, vero? Eppure.
L’amore costruisce. Ponti, case, fondamenta. Sorrisi, sicurezze, limpide certezze. Limpide. Senza ansia, e senza menzogne. Quello che tu chiamavi amore era il tuo film mentale di una storia eroica,  di false e maschili prodezze. Era la tua strada personale, lastricata di narcisismo, che non consentiva accesso a nessun altro. Tu eri il tuo one man show.
Non chiedermi di perdonare, io non credo al perdono semplicemente perché il concetto di perdono non ha alcun senso logico. Sei tu il responsabile delle tue azioni, io delle mie. Non posso perdonare azioni di cui non sono responsabile.
Posso però fare pace con me stessa. Smettere di recriminare sui miei errori. Smettere di riflettere sulla mia incredibile arte di essere sempre nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Posso però smettere di prendermi sulle spalle la responsabilità del mondo, ma solo quella delle mie azioni. Le mie azioni impulsive, sbagliate, compulsive, cariche di rimorsi. Ma le mie azioni.
Non spero più in improvvise primavere. Preferisco le ombre lunghe di fine estate, l’umidità dell’autunno inoltrato, il gelo perfido di fine dicembre, il sole senza pietà di un luglio cittadino. Non cerco più nulla. Non credo più nelle false illusioni di chi nasconde le sue paure dietro il finto coraggio di una finta storia. Costruita talmente bene che avrei potuto scriverla e farci un best-seller.
Chissà. Un giorno, quando le farfalle entreranno dalla mia finestra aperta allora riuscirò a sorriderci sopra. Sarà il vero amore, quello. Per me stessa.

Lei, che appendeva i silenzi alla finestra.

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C’era un silenzio per ogni momento della sua vita. Un silenzio per ogni occasione d’amare perduta, erano silenzi bianchi. Un silenzio per ogni ruga, quelli erano di colore scialbo. Un silenzio per ogni livido, ognuno di questi era violaceo. Li appendeva alla finestra, come panni. Sperava che qualcuno li vedesse. Ma i silenzi erano invisibili. Solo lei li notava.
Non le importava. Li appendeva al vento comunque e li guardava svolazzare. Il silenzio di quando si guardava allo specchio con disgusto. Quello ad esempio non aveva neanche un colore. O il silenzio di quando riempiva il suo vuoto con il cibo ingozzato a caso e in piedi, dato che ormai non si sedeva più a tavola. Aveva un colore rosso e sguaiato. C’era anche il silenzio dei suoi digiuni, quello dal colore acido e sabbioso.
Il silenzio nero delle notti buie e solitarie. Anche quello appendeva ogni mattina, nella speranza che si schiarisse al sole. Ma sempre nero appariva.
Poi c’era il silenzio vero. Quello che ti circonda dovunque quando non hai nessuno con cui parlare. Quello era un silenzio multicolore e totalizzante.
Per ogni decennio di solitudine sulle sue spalle, c’era un altro silenzio. Quelli erano i silenzi permanenti ed avevano colori spenti.
Si guardava attorno camminando da sola per le strade e vedeva tutti questi silenzi appesi ad ogni finestra. Le strade le apparivano multicolori. I silenzi delle lacrime, notava, erano spesso azzurri. Erano quelli più comuni: grandi fogli azzurri a ogni finestra. Interessanti erano i silenzi dei rancori. Quelli erano mutevoli e cambiavano colore a seconda della finestra a cui appartenevano.
I silenzi delle rinunce erano a colori sgargianti. I silenzi della sofferenza fisica, invece, grigi e tristi.
Pensò di tornare a casa e di appendere altri silenzi prima di andare a dormire nel suo letto vuoto. Il silenzio delle parole mai pronunciate, che aveva una sfumatura dorata. Il silenzio dei telefoni che non suonavano, quello era blu scuro. Il silenzio della nausea che la perseguitava, giallastro. Avrebbe appeso anche il silenzio dei desideri repressi: un silenzio verde scuro ed amaro.
Ogni momento di ogni giornata si dilettava a decorare la sua finestra. Ma nessuno li vedeva, quei teli colorati che si agitavano alla brezza degli inganni. Solo lei aveva questo dono. Solo lei vedeva che tutti avevano panni da appendere. E non poteva farci nulla. Perché i silenzi non comunicano. Perché i silenzi sono, alla fine, solo silenzi.
Appoggiò la testa sul cuscino e si lasciò andare all’illusione che qualcuno potesse amarla, un giorno. Davvero, senza finzioni o inganni.
Quello era il silenzio più grande di tutti, di un colore indefinibile. Il silenzio che non aveva il coraggio di appendere.

(pubblicato la prima volta il 9 ottobre 2010)

Cose da fare di prima mattina

Faquharson

I sani rituali mattutini. Ci svegliamo, non pensiamo. Il caffé sul fuoco, poi la doccia calda. I vestiti stanchi. L’autobus assonnato. Come in un film, uno di quei tristi film francesi. Ci si chiede il perché. Io me lo chiedo spesso, non sempre. A volte la mente entra in automatico. Finché.
Finché tutto si ferma perché il fiume ristagna. Finché la melodia esaurisce le note e non riesce a diventare sinfonia. E ogni mattina diventa una pagina bianca. Con quel dilemma, sempre: se continuare a imbrattare lo spazio vuoto e la pagina bianca di parole vacue. Se continuare, con fatica, a trovare le parole giuste. In mezzo al rumore. Appesantiti dal passato, dalla pioggia incessante, dai desideri impossibili di piaceri terreni.
Poi capita. Non un’illuminazione, perché a trovare il mio buddha interiore ancora ne devo fare di strada, ancora ne devo respirare di silenzio, ancora ne devo assorbire di voci amiche. No, semplicemente un’intuizione. Si intuisce che la vita richiede diversi rituali.
Che le parole devono diventare tante, e in lingue diverse. Love thyself and thy life.
Chiudi gli occhi, piccola donna in un corpo fragile. Lì fuori c’è la distesa infinita della tua mente. Stringi i pugni e ricomincia, ancora una volta.
Ancora una volta cerca un approdo. Scrivi.