Ci infrangiamo

Siamo onde, non capiamo. Ci infrangiamo, dissolviamo, dissipiamo. Viviamo di prigioni, di passioni. Sussurriamo, non urliamo. Soffriamo sugli scogli, sublimiamo le lacrime come foschia invernale e godiamo delle nostre correnti costanti. Incongruenti e planetarie. Che mai si fermano, perché a livello molecolare siamo una folla.
Siamo per nascita l’antitesi della solitudine, generati per unire le nostre mani e le nostre maree. Un unico oceano, un’unica anima indistinta. Troviamo quiete sulla battigia ma solo per un istante. Le nostre creature ci reclamano.
Siamo mare, siamo profondità indistinte. Siamo. Un unico plurale.
E incredibilmente viviamo.

Le venti cose

Oggi ho portato della carta nel bidone del riciclaggio condominiale. Sollevo il coperchio e trovo una pila di libri buttati via. Brivido lungo la schiena: i libri non si gettano. So di chi sono, sono in inglese e non ho molti vicini che parlano inglese. Sta traslocando, quella persona già me ne donò molti qualche tempo fa. Ma tutti non li potevo prendere. Non resisto, frugo. Trovo un Hemingway, no, Hemingway non può stare in un bidone di riciclaggio. Ne’ può quel libriccino di Neruda. Non c’è molto altro da salvare, autori sconosciuti, guide turistiche di decenni fa. Sto per accontentarmi delle due misere prede quando scorgo un’edizione in rilegato, un hardback di “The English Patient”. Una storia strappalacrime così come è stato il film che ho visto anni fa. Mi fermo un attimo nel ricordo e non lo lascio andare. Solo per tutte quelle lacrime, decido di prendere anche quest’ultimo libro.
A casa, vi scorgo all’interno un foglio. Una lista. 20 things you should do in this lifetime.
Le venti cose che andrebbero fatte in questa vita.
Eccole, tradotte qui di seguito. E leggermente personalizzate dal mio umore ottobrino.

1. Visitare il luogo natìo dei tuoi antenati.

2. Lasciare una moneta da due euro dove un bambino possa ritrovarla.

3. Volare in elicottero tra le Alpi.

4. Prestare dei soldi ad un amico senza rivolerli indietro.

5. Vestire gli stessi abiti dei Tuareg almeno per un giorno.

6. Camminare lungo i canali di Venezia in un tramonto nebbioso invernale.

7. Insegnare in una classe.

8. Vedere l’alba sul Macchu Picchu.

9. Piantare un albero.

10. Pilotare un aereo.

11. Camminare lungo la Grande Muraglia in Cina.

12. Distillare la propria birra.

13. Vedere un’opera alla Scala di Milano.

14. Nuotare in un oceano.

15. Imparare il francese.

16. Leggere l’Ulisse di Joyce.

17. Fare un volo in mongolfiera sul Serengeti.

18. Baciare qualcuno appassionatamente in pubblico.

19. Fare un viaggio in barca a vela nel Mediterraneo.

20. Meditare in un tempio tibetano.

Io alcune di queste cose ho avuto la fortuna di farle. Non vi dico quali. Me ne mancano ancora molte.
Spero di avere abbastanza vita a disposizione.

Guardo in silenzio

E sento la pioggia, fuori. Sento il freddo della stagione che cambia. Sento. Non guardo oltre la finestra davanti a me, e sto in silenzio. Non attendo, semplicemente assaporo il torpore della stanchezza. Che, come dicevo, ora mi concedo.
Getterò due cose nella valigia logora. Io porto sempre un libro. Dentro di me. Sono una libreria dagli scaffali impolverati, sono una stanza gelida, sono una casa il cui riscaldamento è rotto.
Non guardo oltre eppure vedo ciò che non vorrei vedere.
Ho scritto molto nelle ultime ore, troppo ho ascoltato negli ultimi giorni. Ho bevuto troppo caffé ed ho ancora timore del sonno. Ho timore di quel letto, di quell’oscurità. Quella. Particolare. Oscurità.
Sogno di un sonno senza sogni. Come un tempo. Breve e transitorio, un tempo. Quando immaginavo ancora l’amore.
E’ una nottata fredda, la prima della stagione crudele che ci aspetta. Si dovrebbe dormire.
Appunto.

Voltalapagina

Mi permetto di essere stanca, senza troppa convinzione. Mi concedo il momento, perché avanti non guardo, non oso guardare. Nel momento, scrivo pagine di criptiche parole.
E quello che c’è, leggo. Di tutto. Indistintamente.

“Volta la pagina, la puoi voltare.”
Ma la mano trema. Vorrei non essermi incastrata in questo loop, in questo deja vu.

“Non ti capiamo”
Perché non c’è nulla da capire. L’ineluttabilità di un vissuto. Di una decisione, che ha marcato il tempo.

“E adesso?”
E adesso mi prendo una pausa. Leggo, scrivo, lavoro. Imparo a cucinare. Cammino, corro. Preparo l’ennesima valigia.

“A quando il prossimo capitolo?”
Questo è il prossimo capitolo. Lo stai già leggendo. Parla di un autunno soffice.

La notte, e poi il mattino

E’ un luogo strano, la notte. La preferisco senza attività onirica. E’ un luogo solo. Ma a quest’arte di silenzi comincio ad abituarmi. A volte fa paura. Perché si vorrebbe che passasse in fretta. Che sfociasse rapida nel mattino. Quando il sole accenna appena ma fa capire che c’è. Perché la Terra mai si ferma. Perché nonostante tutto il mattino arriva. Sempre.

E di questa piccola certezza ci facciamo conforto.