Il cielo, la corsa.

E d’improvviso l’inverno da’ una tregua. Un cielo fuori luogo, fuori stagione. Indosso le scarpe dimenticate, e corro. Tra i campi dormienti, verso le montagne. Lontane ma così vicine, le puoi toccare. Il bianco delle loro cime ferme e rassicuranti.
Il sole mi riscalda la schiena, inappropriato. Invadente.
Per un attimo sogno una stagione diversa. Passo dopo passo le forze tornano ed immagino il calore. Immagino, sogno. Mi redarguisco, non devo. Non posso. Non so come fare.
E non posso fermarmi. Non ci riesco, il cielo come una coperta azzurra. Fuori tempo. Io, fuori tempo massimo.
Non sentivo freddo eppure zigzagavo sulla terra ghiacciata, i piedi che evitavano residui di neve dimenticati dal sole. Il fango duro, invernale.
Per un momento ho ceduto a un progetto. Incurante del presente. Quello che è, quello che basta. Non più vorrei. Terrori e paure dissolte nel passo cadenzato della corsa. La catarsi del fiato, del sudore, dell’endorfina rapida.
La momentanea consapevolezza che quest’anno di merda è finito.
Si ricomincia ancora una volta, da zero.
Ho passato una vita a fare. Fare e disfare, cercare di cambiare il mondo, gli altri, me stessa.
Da questo momento comincio a essere. Non c’è più nulla da costruire. Solo vivere.
Seguo la corsa. Semplicemente, sono. Qui e adesso.

E in questa fredda notte si ripercorrono gli stessi pensieri

Buon Non-Natale

A tutti quelli che sono rimasti ai blocchi di partenza.
A tutti quelli che credevano ad una vita da Mulino Bianco e adesso sono pure intolleranti ai derivati del grano.
A tutti quelli hanno sbagliato, sbagliano e sbaglieranno ancora. E non possono farne a meno.
A tutti quelli che si sentono in colpa perché sono convinti di essere la causa di tutto, incluso il riscaldamento globale planetario e l’estinzione del dodo e della tigre siberiana.
A tutti quelli che, come me, ci credevano, ci credevano davvero, ci volevano disperatamente credere e adesso si ritrovano agnostici.
A tutti quelli che sono rimasti così scottati che adesso ci vanno cauti anche con l’acqua fredda.
A tutti quelli che hanno paura. Che hanno provato a essere coraggiosi ma sono stati travolti dalla tempesta. E continuano ad avere una paralizzante paura.
A tutti quelli che hanno provato ad essere forti ma si sono spezzati una, due, tre e più volte. E si sono ricostruiti. Sempre.
A tutti quelli che vivono tra le macerie, quelle dei palazzi costruiti sui e demoliti dai bulldozer dei no.
A tutti quelli che hanno preso una carta dal mazzo delle Probabilità, hanno beccato quella che ti fa andare a Viale dei Giardini senza passare dal Via, ovviamente non possedevano Viale dei Giardini e l’avversario ci aveva costruito sopra pure un albergo.
A tutti quelli che hanno sbattuto contro troppi muri perché guardavano all’insù per rincorrere i propri sogni. E si sono fatti male.
A tutti quelli che hanno perso tutti i treni, autobus, aerei e gli si è pure fuso il motore dell’auto. E si sono attaccati al tram.
A chi è partito vent’anni fa con una valigia e si è ritrovato vent’anni dopo con la stessa valigia e solo qualche pila di libri in più.
A tutti quelli che vorrebbero espatriare, emigrare, ritornare e sono ancora senza radici.
A tutti quelli che, pur essendo pacifisti, si ritrovano loro malgrado coinvolti in guerre.
A tutti quelli che come cretini piangono ancora davanti ai film che le televisioni ci propinano in questo periodo.
A tutti quelli che riescono ancora a piangere. E a sorridere. A volte.
A tutti quelli che dormono soli. E non perché russano.
A tutti quelli che hanno scritto, scrivono e scriveranno. Perché scrivere ci salva la vita.
A tutti voi. A tutti noi, che non compriamo, non consumiamo, non cuciniamo, non addobbiamo, non sorridiamo a tutti in modo ipocrita.
Tenete duro, le festività finiranno tra pochi giorni. Poi, altri dodici mesi verranno, altalenanti tra speranze e scommesse. Peccato che non vinciamo mai.

Buon Non-Natale. Questo giorno tanto non ci appartiene. Regaliamoci la libertà di detestarlo.

(Scritto esattamente 2 anni fa in un momento di grande solitudine ed estremo isolamento. Il pensiero rimane lo stesso, identico e permarrà finché vivo. Tuttavia ho conquistato la mia solitudine ed ora ne gioisco. Ho sconfitto l’isolamento che rimane e rimarrà per sempre cosa di quel passato inutile. Mi permetto di non celebrare e di giore invece del riposo. Ritrovo persone che mi porteranno serenità seppur per un attimo. Ma ormai vivo di attimi, e faccio sì che mi appaghino.)

Dopo il solstizio

Le giornate da oggi si allungano. Minuto dopo minuto, a poco a poco. Impercettibile luminescenza, elemosina alla notte. Ma il lungo buio è finito. Passato il solstizio invernale che fu bellissimo solo 17 anni fa. L’unico solstizio degno di memoria. Che non fosse il semplice e freddo fulcro dell’inverno.
Dopo. Piccoli passi fuori dal gelo, verso il sole. Finito. L’anno, il dolore, il rimorso. Il rancore.
Per la prima volta da troppo tempo sto scrivendo con una piccola felina arrotolata accanto a me. Felis catus. Arrivata la sera di un freddo solstizio. Con me condividerà i suoi silenzi e la sua assorta quiete. Inconsapevolmente, mi aiuterà a trasformare questa dimora in una casa. Sto mettendo su casa. Mi ci è voluta una vita ma ora so che riempirò le pareti vuote e la cucina avrà odore di pranzi. Rifarò gli intonaci e comprerò piante fiorite.
E mi è tornata in mente quella poesia, quei versi del vate irlandese. Che ho sempre dedicato a tutti i felini che hanno portato silenzi e conforto nella mia vita di affanni.
La dedico anche a te, piccola. E che i tramonti si dilatino. Finalmente.

THE CAT AND THE MOON
by W. B. Yeats

HE cat went here and there
And the moon spun round like a top,
And the nearest kin of the moon,
The creeping cat, looked up.
Black Minnaloushe stared at the moon,
For, wander and wail as he would,
The pure cold light in the sky
Troubled his animal blood.
Minnaloushe runs in the grass
Lifting his delicate feet.
Do you dance, Minnaloushe, do you dance?
When two close kindred meet,
What better than call a dance?
Maybe the moon may learn,
Tired of that courtly fashion,
A new dance turn.
Minnaloushe creeps through the grass
From moonlit place to place,
The sacred moon overhead
Has taken a new phase.
Does Minnaloushe know that his pupils
Will pass from change to change,
And that from round to crescent,
From crescent to round they range?
Minnaloushe creeps through the grass
Alone, important and wise,
And lifts to the changing moon
His changing eyes.

Scrivo

“Scrivi, ti prego. Due righe sole, almeno, anche se l’animo è sconvolto e i nervi non tengono più. Ma ogni giorno. A denti stretti, magari delle cretinate senza senso, ma scrivi. Lo scrivere è una delle più ridicole e patetiche nostre illusioni. Crediamo di fare cosa importante tracciando delle contorte linee nere sopra la carta bianca. Comunque, questo è il tuo mestiere, che non ti sei scelto tu ma ti è venuto dalla sorte, solo questa è la porta da cui, se mai, potrai trovare scampo. Scrivi, scrivi. Alla fine, fra tonnellate di carta da buttare via, una riga si potrà salvare. (Forse)

Dino Buzzati, 26 ottobre 1957″

Effettivamente, scrivo. Di cose inutili come la vita, il tempo che passa, la  pioggia, il  freddo. Quando posso, il mare.
Scrivo, strappando momenti e parole alla vita quotidiana. Quella che ci trascina e ci febbricita. Quella che ci stanca e ci promette. E sfugge sempre.
Scrivo. Parole, a denti stretti, come dice l’anima affine di Buzzati. Una riga qui, una riga là. Un pensiero contorto, le mie briciole. Non concludo molto, non è un mestiere coordinato, una professione che mi fa pagare le bollette.
E’ un’esigenza. Un bisogno che ti prende dentro e ti fa scarabocchiare, digitare, vaneggiare. Divoro le parole di altri e le digerisco, respiro l’inchiostro di altre carte e lo sublimo con l’espirazione.
Diventa me. Le mie cellule, il mio tessuto. La mia carta. Io sono ciò che scrivo. Qualcuno lo disse, non ricordo più chi. Parole dappertutto. Le diciamo le promettiamo. Le sogniamo.
Io le scrivo.
Questo e poco altro nella vita. Io sono le parole.

Solo un attimo

Un attimo, nient’altro. Per fermarmi prima di ripartire. Chiedo solo un attimo per ripensare ai miei errori e poi cancellarli dalla memoria. Perché non si può fare altro. Macinarli, triturarli, riciclarli. E non pensarci più. E se imparassi a considerare il passato per quello che è: stramaledettamente passato? Ieri. Parole, immagini in rapida sequenza. E se finalmente riuscissi a perdere questo inutile bagaglio? Recuperando leggerezza ed essenzialità dell’essere. Recupero e perdita. Arresto e partenza. Pausa e corsa. Amore e dolore. Zen e rabbia.
I miei dilemmi, le mie antinomie.
Un attimo, ho solo bisogno di un attimo.

Io che al freddo soffro

quando l'ovest illumina la sera

La piccola valigia, due cose scelte da portare. Io che al freddo soffro, vado al nord continentale e non so scegliere i maglioni. Non mi intendo di stivali, calzettoni. Al ritorno, il freddo mi seguirà tra le Alpi ed io non voglio. Non voglio non voglio. Non so come coprirmi.
Ammetto la mia inettitudine agli inverni. La mia impotenza di fronte alla neve e alla tempesta. Il mio disagio per i piedi freddi e le mani congelate. E il gelo sulla punta del naso, quello poi. Respirare tra le fibre di una sciarpa.
Non amo neppure i continenti, le pianure. Forse la neve sulle montagne, forse. Perché la loro grandezza intimorisce e necessita rispetto.
Ma è solo rispetto, non amore.
Il freddo è sterilità, l’inverno è immobilità dell’animo. Il ventre si stanca, il corpo diventa spigoloso. La pelle scompare sotto gli strati protettivi e non sente più gli elementi.
Dicembre è buio, ingrato. Questi ultimi giorni non lasciano scampo, venti lunghissimi giorni bui al sostizio. Si incupiranno i miei pensieri, si infoltiranno le mie immaginazioni sulle carezze di un mare caldo e di un sole rassicurante. Non lascia spazio all’ingratitudine, un lungo giorno solare.
La piccola valigia è da finire. Ci metto un libro, una maglia in più. Un ricordo caldo, da nascondere sotto un cuscino estraneo. Magari riesco anche a dormire, sono già stanca.