Appiglio

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“Un appiglio”, dice lei abbassando lo sguardo da oltre, “ho bisogno di un appiglio. Perché questa vita è come una nave in tempesta ed io sono sul ponte”. In continuo movimento, senza potersi aggrappare. “Perdo sempre l’equilibrio”. Dice lei da oltre. Una scrivania, una strada, un telefono. Mai in contatto. Un appiglio. A cui tenersi nella tempesta.
Un appiglio qualunque. Una routine di vita.
Senza onde.
E quale sarebbe l’appiglio? chiede la voce.
“Non so”, risponde lei, lo sguardo dubbioso, “lavoro regolare, una vita sociale, amore, famiglia”.
Scuote la testa, la voce.
L’appiglio è dentro di te.
Non c’è gomena o ancora o sartia.
L’appiglio sei tu.
Lei riflette su come sia strana questa cosa eppure così semplice.
Eppure. Finirà la tempesta?
Per ora, uno squarcio sereno, un brandello di luce. Se li fa bastare, lei, che mai ha voluto la luna.
Solo uno sprazzo di sole. E una brezza serena.
Se solo trovasse l’appiglio, tutto sarebbe più semplice.
“Una vita semplice”.
Già.

Si paga

hanks 2La precarietà esistenziale si paga in silenzio. Si paga, gli spiccioli che intanto cadono sul nostro cammino. Dapprima si torna indietro a raccoglierli ma, a lungo andare, non ci si fa più caso.
E ci si abitua. La non-permanenza delle cose diventa un fatto naturale. Come una neve che si scioglie dopo un po’, come una pioggia spazzata via dalla brezza. Come un inverno che diventa primavera. Le parole dette senza promesse. E ciò che non si è detto che conta più delle parole.
La precarietà esistenziale si attutisce nella solitudine per scelta. Quel porto sepolto, quell’isola protetta. Quel maniero dal ponte levatoio sempre alzato. La fortezza dai muri spessi metri e metri, in cui niente e nessuno ti può assediare.
In cui la vita non fa più male.
Si paga. Interesse dopo interesse, senza sconti.
Ogni tanto si scivola. Ci si costruisce un’illusione momentanea, che il contemporaneo preveda anche un futuro. Ma non è così.
La nostra vita senza contratti, senza ferie o malattia.
Noi precari di vita a volte i contratti non li cerchiamo neppure. Non mettiamo firme, non paghiamo contributi. L’amore non lo capitalizziamo per la nostra pensione perché noi, in pensione non ci andiamo. Mai.
E non ci chiediamo più perché.
Non ci chiediamo più nulla. Eppure un tempo si era così avidi di domande, ricordate? La giovinezza che ci dava l’illusione dell’immortalità, l’onnipotenza del riuscire a fare tutto. Ci si credeva davvero che tutto sarebbe stato possibile, lavoro, famiglia, amore, amicizie. Serenità. I pranzi la domenica e le vacanze al mare.
È un inizio, dicevo. Lo sostengo ancora. È stato uno dei tanti, centomila inizi della mia vita. Non permanenti, tutti a tempo determinato. Rinnovabili, forse. Ripetibili, mai.
Ora so che non tutto è possibile, che quasi nulla è realizzabile. Solo il momento il cui vivo perché, semplicemente, c’è. Fenomenologica innegabile evidenza.
E dopo un inizio, c’è una fine. Nel ripetersi di questo inevitabile ciclo, mi preparo ad un altro contratto.
Pagherò poi.

Femminile singolare

ImageCom’è difficile trovare una definizione. Madre, donna, amante, figlia, lavoratrice, lettrice, scrittrice. Sognatrice. Lasciando tutto al femminile. Aggiungendo ogni giorno una sfaccettatura e non riuscendo a gestire la molteplicità delle mansioni. Richiesta. Pretesa.
Le nostre mille, molteplici, inevitabili identità femminili.
Che poi, in questo turbinìo ti dimentichi della cosa più semplice di tutte. Quella che quando ti alzi la mattina non ti fa sentire il freddo. Quella che quando la sera sei stanca e confusa non ti fa sentire il vuoto delle stanze. La cosa più semplice di tutte.
Essere, ciò che si è. Senza desiderare di cambiare. Essere accettate nel proprio femminile singolare.
Libera finalmente di sbagliare. Di fallire e riprovare. Spezzarmi e ricostruirmi intera. Cadere ed inciampare, stanca del troppo camminare. Rialzarmi, massaggiarmi le ginocchia e riprendere il percorso.
Singolare. Mentre mi guardo serena allo specchio con le mie rughe e smagliature. Mentre scelgo un rossetto economico e brillante. Mentre leggo parole d’amore invece di studiare la vita. Mentre scrivo e dovrei invece lavorare. Mentre ascolto di proposito musica che mi immalinconisce.
E sbaglio. Sbaglio sbaglio sbaglio, ignorando le alternative. So che ho sbagliato e dei miei errori faccio orgogliosa bandiera. Lo stendardo della mia cocciuta esistenza, della mia testarda volubilità.
Oggi è un nuovo giorno. Lo è sempre. Aspetto che il clima mutevole volga verso tonalità accettabili. Nel frattempo, li vedo queli capelli grigi, ben dissimulati. Mi stanno bene.

Tu sarai amato, il giorno in cui potrai mostrare la tua debolezza senza che l’altro se ne serva per affermare la sua forza.
Cesare Pavese

D’amore

Vincent Romero

Non c’era più abituata. Alla primavera dell’anima. Al tepore sulla pelle. Non c’era più abituata a parlare d’amore. L’astio e l’inverno ed il freddo. Questo era il suo quotidiano. Duro, rivido, urlante e di rimpianto.
E venne il sole, portò via la nebbia, portò via il dolore. La brezza tiepida portò via la pioggia, portò via il rancore.
Non c’era abituata a quelle parole. Alla non-sopraffazione. All’amore senza plusvalore, senza partita doppia.
Senza aspettative.
Non sapeva cos’era. Come formulare domande e risposte. Non sapeva, non gliel’avevano mai insegnato a essere, semplicemente. A risvegliarsi senza l’ansia del giorno, a risvegliarsi alle carezze. Quelle vere, quelle della vita. A guardarsi allo specchio e dire va bene così.
Aveva sbagliato tutto ma era stato inevitabile sbagliare. Aveva sempre reinventato tutto, giorno per giorno e non aveva più forza di ricominciare. Però quella primavera era diversa.
Non avrebbe dovuto reinventarsi, ne’ sbagliare, ne’ temere. La vita non faceva più paura, ne’ la morte. L’unica cosa certa della vita.
Quel momento lì e sempre, tra le sue mani. Non apparteneva a nessuno in particolare, semplicemente c’era. Esisteva. Senza passato e senza futuro. Un momento d’amore.

È un inizio

Steve Hanks

Le paure persisteranno, quelle non scompaiono da un giorno all’altro. Così come il senso di inadeguatezza, di quello ci sono stata nutrita.
Ma ho notato finalmente che la pioggia si alterna al sole e le stagioni cambiano. I treni arrivano e sta a noi prenderli o lasciarli passare. Tutto è mutevole. E adesso ho questa carezza e questo sorriso.
È un inizio.