Si paga

hanks 2La precarietà esistenziale si paga in silenzio. Si paga, gli spiccioli che intanto cadono sul nostro cammino. Dapprima si torna indietro a raccoglierli ma, a lungo andare, non ci si fa più caso.
E ci si abitua. La non-permanenza delle cose diventa un fatto naturale. Come una neve che si scioglie dopo un po’, come una pioggia spazzata via dalla brezza. Come un inverno che diventa primavera. Le parole dette senza promesse. E ciò che non si è detto che conta più delle parole.
La precarietà esistenziale si attutisce nella solitudine per scelta. Quel porto sepolto, quell’isola protetta. Quel maniero dal ponte levatoio sempre alzato. La fortezza dai muri spessi metri e metri, in cui niente e nessuno ti può assediare.
In cui la vita non fa più male.
Si paga. Interesse dopo interesse, senza sconti.
Ogni tanto si scivola. Ci si costruisce un’illusione momentanea, che il contemporaneo preveda anche un futuro. Ma non è così.
La nostra vita senza contratti, senza ferie o malattia.
Noi precari di vita a volte i contratti non li cerchiamo neppure. Non mettiamo firme, non paghiamo contributi. L’amore non lo capitalizziamo per la nostra pensione perché noi, in pensione non ci andiamo. Mai.
E non ci chiediamo più perché.
Non ci chiediamo più nulla. Eppure un tempo si era così avidi di domande, ricordate? La giovinezza che ci dava l’illusione dell’immortalità, l’onnipotenza del riuscire a fare tutto. Ci si credeva davvero che tutto sarebbe stato possibile, lavoro, famiglia, amore, amicizie. Serenità. I pranzi la domenica e le vacanze al mare.
È un inizio, dicevo. Lo sostengo ancora. È stato uno dei tanti, centomila inizi della mia vita. Non permanenti, tutti a tempo determinato. Rinnovabili, forse. Ripetibili, mai.
Ora so che non tutto è possibile, che quasi nulla è realizzabile. Solo il momento il cui vivo perché, semplicemente, c’è. Fenomenologica innegabile evidenza.
E dopo un inizio, c’è una fine. Nel ripetersi di questo inevitabile ciclo, mi preparo ad un altro contratto.
Pagherò poi.

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2 pensieri su “Si paga

  1. Ho un mal di denti pazzesco. Il tuo post è il colpo di grazia per l’umore. Fa male a me, posso figurarmi quanto ti sia costato scriverlo e viverlo.

    • Eppure, caro Gap, anche il dolore di questo tipo di parole è anestetizzato dalla non-permanenza. La permanenza delle cose a questo punto della mia vita mi è un concetto talmente alieno che forse mi sorprenderebbe pure, se avvenisse. Un po’ non ho perso la speranza… sogno ancora un lavoro regolare (la parola “fisso” ormai è una pura utopia a cui tutta la mia generazione si è rassegnata) che mi faccia stare ben lontano dagli aeroporti, una regolarità affettiva, una stabilità emotiva che mi faccia attenuare gli sbalzi ormonali…. ma non ci sono, e me ne faccio uno stile esistenziale. Vivere giorno per giorno, momento per momento, senza programmi o sogni, mi ha savato la vita. E non solo a me.
      Mi dispiace per il tuo mal di denti… spero di non averlo peggiorato 😦

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