Chiedo scusa

equilibrista

Chiedo scusa per questo mondo senza primavere. Senza ideali, ideologie o passioni. Vi chiedo scusa, generazione spenta di bambini che non trovano il percorso.
Dovremmo chiedervi scusa tutti i giorni. Per non esservi stati padri, madri o famiglia. Per non avervi dato conoscenza dell’amore, quello vero senza carte di credito. Senza partita doppia.
Per questa vita senza gioia.
Ma non è tua la colpa.
E di chi altri, allora? Noi non abbiamo imparato dalle guerre e dalle carestie. Non abbiamo imparato, non vi abbiamo insegnato. Non abbiamo visto perché la nostra cecità non ha saputo andare oltre facili consumismi, materiali e di affetti. Eravamo appagati, subito. Poi ci siamo disperati. Ci siamo resi conto che era troppo tardi. Che troppi danni rendono ora quest’impresa impossibile.
Il tornare a essere.
Chiedo scusa per quest’anomia. Per questo vuoto totale. Io ci ho provato. Non voglio scusanti, ma devo dirvelo che ci ho provato.
È facile perdere l’equilibro se il vento è forte, la pioggia battente e orizzontale. E non vi chiedo neanche di capire.
Perché non ho più fiducia neanche nel tempo riparatore.
Vi chiedo scusa, invece. Non mi rimane altro da fare. Per gli anni che verranno, duri e senza orizzonti.
Non rimane altro.

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La ricerca della gioia

chagall

La nostra generazione maledetta. Quella che vive delle illusioni di piacere. Non quello vero e solido, ma quello effimero che ci viene venduto a tassi bancari altissimi. Quando ci sarà dato di gioire, chiede un amico? Al di fuori dell’eterna precarietà dell’essere.
La ricerca della gioia diventa adesso il mio obiettivo primario. Non quella gioia materiale dettata da facili consumi. Parlo della gioia semplice di una vita semplificata.
La gioia delle certezze.
Vent’anni di precariato esistenziale alle spalle mi rendono difficile discernere. La nostra generazione maledetta, che non riesce a tenere insieme lavori e famiglie. Lo stesso sostrato sociale che si disgrega sotto i nostri piedi.
Un tempo c’erano le certezze. Quelle delle famiglie estese che non ti lasciavano andare alla deriva. Quelle dei lavori semplici, solidi, permanenti. Non i call centre, non le false economie.
Si aveva coscienza sociale, appartenenza. Si aveva un indirizzo, identità, radici, genitori, figli, sposi, amanti.
Amici che c’erano, a scadenze regolari. Pochi soldi in tasca, ma costanti.
Un rivolo costante che non lasciava smarrimento.
Si chiamava società. Quella solidarietà capillare che non faceva vittime o prigionieri.
Poi più nulla. A poco a poco si è polverizzata una certezza dietro l’altra.
E siamo rimasti senza domani, senza oggi.
Ed io che ricerco la gioia. Ci provo. Vorrei riempirmi la casa di fiori, di profumi. Vorrei circondarmi di sorrisi.
Ma attorno a me la gente non è più capace di sorridere.
Nessuno.
Tutti cercano spiegazioni. Ma è l’anomia dei sentimenti la causa primaria del nostro dolore.
E’ il non sapere più come gioire.
Perché noi crediamo che questa vita che ci isola e ci punisce sia la vera essenza di tutto. Perché ci hanno fatto credere che il mondo deve girare così. E invece no.
No, no e ancora no.
Riparto da zero. Completamente.
Siamo destinati al piacere. Non quello materiale del consumo. Siamo destinati al piacere del vivere in quanto esseri umani.
Voglio sorridere.
Eternamente utopista, irrinunciabilmente idealista. Non desisto.

Leftovers

ImageEd è una di quelle notti troppo fredde, di quel freddo solo e ignorante. Che non ti aspetteresti adesso, che davi l’inverno già per spacciato, che avevi assaggiato un tiepido inizio.
Non te l’aspettavi.
Le strade sono vuote e cammini in fretta perché vuoi té caldi e coperte. Cammini in fretta senza guardarti attorno, perché nulla c’è da guardare.
Poi ti ricordi di quella spazzatura ancora da portare giù. La plastica, che va messa sempre per ultima. E maledici il freddo, che nelle ultime dodici ore hai già maledetto tutto e tutti.
Il clima è l’ultima cosa che rimane.
Nell’appartamento vuoto raccogli un minuto fugace di calore. Prima di portare via gli avanzi da lasciare sul marciapiede.
Che poi lo sai che gli avanzi non sono solo plastica e cartone. Che nella notte troppo fredda e troppo fuori stagione i sogni alla fine arriveranno. Quando nelle ore piccole, ogni volta, tra le macerie tiri le somme all’infinito.
Senza mai. Trovare. Il risultato.
Fai da sola, in fretta. Dentro ti chiedi, bello sarebbe trovare questo sacco già buttato. Ma fai da sola, come hai sempre fatto. E un po’ non ti dispiace.

Il divano finalmente è vuoto e tiepido. Un gatto accanto. Aiuta. Non pretende, semplicemente condivide la presenza. Con quell’esserci felino che mai invade.
La bevanda calda ristabilisce la routine. Il ripetersi che salva la vita. I gesti soliti e necessari che danno un senso agli avanzi. Perché tutto ciò che rimane non diventi spazzatura.
Perché tutti questi anni, decenni, non siano spazzatura.
Sei diventata brava a riciclare. A reinventarti giorno dopo giorno, facendo finta che non ci sia ne’ ieri ne’ domani. Facendo finta che sia primavera.

A vivere di avanzi. Che poi, in fondo, si diventa ecosostenibili.

Lo specchio del cielo

Moonlight

Il mare è lo specchio del cielo, le diceva. Quando la bambina le chiedeva, occhi grandi e ingenui, cosa fosse il mare. Quel mare sconfinato senza giustificazione.

Lo specchio del cielo. Lei però non ci si poteva specchiare.
“Perché no, mamma?”
Perché a noi il mare non è concesso.
Poi pensava, ma non diceva, perché cento, mille errori dobbiamo compiere e scontare, prima di arrivare al mare. Così a noi donne piace. Errare e scontare. Pagare con gli interessi e riprovare.

La bambina si accorgeva della stanchezza. La sentiva nelle risposte.
“Perché sei rimasta?” le avrebbe chiesto, un giorno.
Perché ci credevo. Ma l’avrebbe solo pensato. Non voleva più parlare.
Avrebbe voluto specchiarsi, però. Ora forse se lo meritava.

Idi

the long leg

Ma di tutti questi giorni sprecati a sbraitare, inseguire, viaggiare, sopportare, fraintendere, sperare, cos’è rimasto?
Non scrivo di politica in quest’angolo di quieta solitudine. Qui non cerco il dibattito. Rifletto. E questa pausa, dopo giorni di aeroporti, addii, arrivederci, treni e ancora progetti, ci voleva proprio per riflettere. Attorno a me vedo la disintegrazione. Prima il personale, poi gli innocenti ideali. Svaniti nel maltempo.
Poi un tiepido spiraglio. E mi accorgo che il tempo cambia. Che ora è tiepido sulla pelle. Che il freddo se n’è andato, e se ne andrà il rancore. Che gli ideali rimangono e ti riparano dalle intemperie dei cinismi elettorali.
Che i figli tornano, anzi non se ne sono mai andati. Mi accorgo. Interrompo lo scorrere impazzito del tempo attorno a me. Mi accorgo.
Non faccio propositi ma so che tornerò a scrivere e ad amare. L’inverno è finito. E a me la primavera causa questa cosa irrazionale, forse ormonale, sicuramente infantile. Questa rinascita, questo sorriso immotivato.

Ma sì.