Riprese e ricorsi

willink

Avrei così tanto voluto scrivere di altro, non della mia -nostra- solita faticosa precarietà. Non di questa pioggia incessante che cade violenta sull’ennesimo lunedì trascorso ad arrampicarsi su specchi e muri.
Di come passano gli anni, volevo scrivere. Di come passano i treni, gli amanti, le vicissitudini. I mesi. Giorni. Ore.
Eppure, ciclicamente, si riprende un sogno interrotto. Un appunto abbandonato di due anni prima. Sempre lo stesso tema. Un amore sacrificato sull’altare di questa vita caotica e senza routine. Un progetto lasciato ad arrugginire sotto la pioggia battente di questo lungo inverno che dura da anni.
Un lavoro mai inseguito perché non si aveva tempo.

Si riprende ad appuntare su vecchi taccuini, sparsi qui e là. Dimenticati in cassetti che non si pensava più di avere. Camuffati da scelte, i nostri errori si allineano davanti agli occhi. Così come l’impossibilità di vivere come si vorrebbe. Lavoro, affetti, famiglia: l’utopia del terzo millennio. La costante e precaria scalata verso la serenità. Che ci compete, in quanto essere umani. Uomini post-moderni che ci struggiamo nel superfluo.
Tutto passa, davanti agli occhi.

Poi c’è questa dura corazza, ben spessa, che protegge.
E si torna a vivere.

Aeroporti


Gli arrivi sono la parte più dura.
Quando esci dai cancelli e non c’è nessuno. Quando ti aggiri per l’odiosa folla dei riceventi. Di quelli che abbracciano e accolgono. Li detesti, ti scopri invidiosa bambina.
Ti ritrovi, infatti, bambina. Stizzosa, e dalla lacrima facile.
Vorresti che qualcuno ti tenesse per mano e di conducesse nei labirinti dei gate e dei punti di check-in. Tra gli addetti alla sicurezza e i negozi di falso-duty free.
Le partenze no, le partenze portano un’aspettativa. Consentono di fuggire da un addio. Inoltre, le partenze hanno un arrivo.
Il momento più crudele.
Perché tu credi che il viaggio sia finito e invece è appena iniziato. E non è una vacanza, non lo è mai. Quando trovi il vuoto, all’arrivo, non è mai una vacanza, un viaggio d’avventura. Gli esploratori trovano in genere il mondo ad aspettarli. Neppure una persona specifica: tutti. La folla dei riceventi è per loro. Per loro è la città d’arrivo, i mezzi di trasporto, le strade, gli eventi metereologici.
Ma quando esci dai cancelli e non trovi nessuno capisci di non essere un’esploratrice. Capisci che non stai neppure viaggiando. Sei ferma lì, incastrata nei tuoi eventi passati. Claudicante in un presente insostenibile. E il futuro? Beh, quello, non c’è. Per semplice definizione.
E lo sai. Ne sei cosciente che non si può vivere come un’eterna ragazzina. Lo sai.
Sai che il giorno in cui ci sarà qualcuno ad aspettarti al tuo arrivo, dietro a quelle porte automatiche, capirai che il peggio è passato.

Femen e dintorni…

lentiacontatto

È proprio questo il tipo di evoluzione della protesta femminista che ci proponevamo? Sono d’accordo con chi controbatte che le attiviste di Femen cercano i media e vi si adattano. Si piegano a quel modello di protesta-spettacolo, superficiale e che non analizza i contenuti ne’ cerca il dibattito che purtroppo ha pervaso la fenomenologia del momento. E non sappiamo più da dove ripartire.

le-femen-sono-razziste-1

Parto da un ricordo. Si era alle superiori, trenta e passa anni fa. E c’era il “Collettivo Donne”. Non era da ridere, nonostante i maschietti liceali ne avessero ritoccato il nome sui cartelloni propagandistici in “Collettivo Nonne”. Erano cose serie, almeno per chi ci metteva l’anima con infinite discussioni sulla 194 e la nostra salute. E si appendevano i poster con sbrigative descrizioni anatomiche femminili dal fine divulgativo, perché noi dovevamo conoscerci e prevenire. Famoso restò quello che voleva fugare ogni mito o confusione attestando quanto…

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Di primavere incredule

Wyeth

E venti sferzanti. Se il clima non muta, neppure cambia la malinconia costante, che accomuna gli homo sapiens alle rondini che non arrivano e alle api che non fecondano.
Diventiamo sterili. Non particolarmente tristi: ci affacendiamo. Ci lamentiamo, protestiamo contro le tasse e l’inedia politica, poi torniamo a laboriose -e spesso inutili- attività. Non tristi dunque. La μελαγχολία è l’umore nero, il liquido scuro che ci attraversa il sistema nervoso e che ci toglie il sonno. La bile che ci disturba la digestione e i metabolismi dell’anima.
Se il clima non muta. Noi, al mondo tutti collegati, continueremo a camminare rabbrividendo e anelando un sole caldo.
È una primavera incredula. Quasi attonita, senza fiducia né particolare entusiasmo. Non osa, non progetta. Vive giorno per giorno senza calore. Ci vuole energia per sprigionare il tepore fertile che ravviva le emozioni . E questa è una primavera sterile. L’inverno troppo lungo ci ha incatenati alla nostra accidia. Non sappiamo dunque decidere il calore, non riusciamo a produrre energia creativa e cambiamenti. La nostra pelle è pallida e l’organismo è stanco.
Ci vuole amicizia: quello sarà il calore che toglierà la sferzata di freddo dal sole esitante. Ci vuole quella fiducia che asciughi l’eccessiva pioggia.
Ci vuole.
Perché tornino le rondini, finalmente.
Poi, tornate le rondini, quando il sole avrà finalmente asciugato l’umidità in eccesso e la muffa sulle nostre esistenze un po’ stantìe, allora e solo allora si potrà ricominciare a cercare. Lavoro, vita, famiglia.
Non prima, però. Il lungo inverno di anni ha congelato le speranze. E si è vissuto in un realismo forzato, in un continuo rimpianto per ciò che non era più possibile rimpiangere.
Ho messo il cuore in pace, ho appreso e acquisito l’irrinunciabile imperativo alla gioia. E all’accettazione di ciò che la vita mi ha concesso, senza fare sconti. Un’enormità. Mi guardo intorno e mi rendo conto che la perfezione non è mai stata possibile. Che ciò che ho basterebbe a riempire cinque o dieci vite.
Mi riapproprio di me stessa. Delle mie piccole appartenenze, dei miei minuscoli possessi -non materiali, come dovrebbero essere tutti i possessi.
Reagisco, lascio scorrere ma non attendo più l’impossibile.
Sono un essere imperfetto e, in mezzo a tanti simili, comprendo che l’imperfezione ha un che di divino.
Infine. Senza cercare splendori mi incammino a prendere un treno, l’ennesimo di questa vita di viaggi e partenze.
E di ritorni.
Soprattutto, di ritorni.