A volte pesa

danielson-gambogiÈ un po’ che te lo volevo scrivere, ma certamente tu lo sai. Non perché te lo voglia far pesare ma perché scriverlo, metterlo giù sul bianco lo rende più leggero. Perché pesa, a volte, soprattutto quando la laboriosità quotidiana è gambizzata dalle feste comandate. Quando tutti si aspettano la spensieratezza vacanziera dei viaggi di gruppo nelle riviere sovraffollate. È un fardello, a volte, questa solitudine imposta, un bagaglio che non contiene foto ricordo. Ritratti e scene di famiglie felici. Che poi vorrei spiegato da qualcuno cos’è una famiglia felice.
A volte mi dimentico l’eco delle stanze vuote. E degli odori che mi ricordano tutto di te, anche se la mente vorrebbe elaborare, finalmente. Non fraitendere, sai. Come tutto il resto, anche questa mia parvenza eremitica è stata una scelta. La maggior parte del tempo, quando non sono distratta dal quotidiano struggimento per un necessario e precario guadagno, mi soffermo a contemplare la mia libertà esistenziale.
Il mio rimpianto, ti assicuro, è saltuario. Mi insegue in genere dopo un addio, o quando mi si chiede cosa farò a Natale, o se andrò al mare e con chi a Ferragosto. Non sono ancora avvezza agli sguardi di perplessità ogni volta che rivelo un “da sola” o “da nessuna parte”. L’essere uno fa paura.
A volte, fa paura anche a me. E per quanto mi cimenti nell’esercizio quotidiano dell’essere, a volte scivolo nel desiderio dell’avere. Dell’averti qui per recuperare il tempo perduto nel mio affanno di sopravvivenza: e finalmente vivere. Ora posso farlo, ma ora le stanze sono vuote. Ora che non sono più necessarie scelte di disperazione, non posso e non voglio più scegliere.
Ammetto la mia incapacità. Dovrei comprare nuovi colori per queste stanze ma per ora riesco semplicemente a desiderare di scriverti. Dovrei trovare un equilibrio che mi consenta di non vacillare più eppure vorrei solo perdermi nella banalità delle masse. Quelle delle foto al mare, di chi fa finta che tutto vada bene. Oppure di chi ci crede davvero, che tutto vada bene.
Anch’io vorrei crederci. Convincermi che queste stanze si riempiranno. Dei miei pensieri e di ricordi nuovi, di sorrisi e di stanchezza. Di energia nuova.
Scusa se scrivo di queste cose, ma come ho detto, a volte pesa. Estraggo le parole dall’archivio indigesto della mia mente e le disperdo qui, assieme all’eco della tua voce. In questi giorni di assenza non trovo spensieratezza. Non ancora.
Ma il mio percorso è ancora all’inizio, e non so neppure in che direzione andrò, per cui perdonami le indecisioni e le incertezze. Che poi non c’è nulla da perdonare. Così sono e così vivo.
Un giorno cresceremo e supereremo le nostre ombre. E non ci vergogneremo più di ciò che siamo o non siamo stati, finalmente oltre ogni rimpianto. Un giorno.
Per ora, a volte pesa.

Peak experience

magritte1

Dopo aver per anni scomodato i suoi demoni perenni, i suoi manuali di psicologia umanistica, i rimedi nel cassetto contro i malesseri dell’anima e tutta quell’autoreferenziale tiritera faidaté. Per anni.
Le bastò allora la semplicità di pochi attimi. Le bastò.
Capì che per amare non doveva aver bisogno. Che l’amore non concepisce utilitarismi.
Che l’amore c’è, e basta. Non si elemosina, non si mercanteggia, non si compra.
E capì di non aver bisogno, finalmente.
Intravide quella libertà, in una serata di mezza estate. La lasciò passare senza desiderare di possederla. E quella brezza di aria leggera entrò in lei.
Improvvisamente serena, anche se per un attimo. Quell’attimo era per sempre.