La donna che voleva troppo

westenbergVoleva troppo. Ed è una storia semplice. Di tante donne che subiscono la delusione materna nel primo decennio di vita, perché nate con quei due cromosomi X e quindi non considerate degne dell’amore maturato e messo da parte nell’aspettativa.
Che pensano di poter morire di un amore eterno durante il secondo decennio. Che nel terzo decennio sognano l’onnipotenza e cercano l’uomo perfetto che non esiste. E sbagliano strade, sbagliano, sbagliano e basta. Poi, nel quarto decennio si annullano e capiscono con orrore che famiglia e lavoro non sono compatibili nella società ultraliberista maschile, che considera una madre l’essere improduttivo per eccellenza.
Ma non si rassegnano, queste donne. Si deprimono, sì. Cominciano a pensare di non valere nulla e di non meritare amore.
Non lo cercano più.
Entrano nel quinto decennio piene di lividi e cicatrici e ossa rotte, e arrancano, ancora pensando di poter fare tutto, di arrampicarsi su improbabili Everest senza vederne mai la cima. E ancora, ancora si ritengono immeritevoli di amore e/o piacere, che poi anche un’ora a loro basterebbe o un ti amo buttato lì casualmente. Se lo immaginano, lo sperano almeno una volta prima di morire. Lo fantasticano, da amanti, figli, detrattori, postini e casuali datori di lavoro. Ma nulla accade, anzi. Tutti scappano. Eppure anche le briciole basterebbero.
Infine si avvicinano al sesto decennio.
Improvvisamente, la donna che ha voluto troppo tutta la sua vita, non vuole più nulla, non spera più nulla, non sogna più nulla. Si rifugia tra la poca gente rimasta, che sarebbe rimasta comunque accanto all’essere improduttivo e schivo che è diventata.
Qualcosa è scattato però, che le salva la vita. Non cerca più. Non chiede più, non insegue, non elemosina.
Improvvisamente, l’ansia di ricominciare sempre e comunque ad ogni caduta viene annullata.
Si ricomincia a respirare e ci si accontenta del proprio percorso.
Capisce, lei, capisce. È un’illuminazione. Che si ci si può fermare, finalmente, a guardare un’alba e a riposarsi.
Il mondo va avanti comunque, con o senza di lei.

Forse

cheifetz

Ah illudersi che la scrittura potesse, catartica, sublimare l’affanno quotidiano.
Già, mi ero illusa per un po’, il tempo di guardare una stellata. Di osservare uno scorcio di mare. Di sbirciare dai finestrini di un treno. Di scarabocchiare qualcosa sui soliti taccuini sparsi e dimenticati sul fondo di cassetti.
Poi invece ho capito che solo nel silenzio si trova l’equilibrio mai neppure immaginato.
Mi chiedo spesso cosa si provi a sorridere al mondo.
E la risposta è semplice. Già, ci si circonda di gente che sorride. L’ovvietà di un amore che non cerchi partita doppia. Che non persegua il liberismo delle emozioni, la svendita delle passioni.
Forse non in questa vita.
Forse non sotto queste stelle. Non coperta da questa corazza. Forse non riuscirò mai a scorgere la superficie. Forse.
In questo preciso istante, con la penna in mano, c’è solo l’eco della stanze vuote. E la consapevolezza crescente di essere solo all’inizio di un lungo cammino, necessario. Che non prevede bivi o incertezze.
Poi, c’è il fatto che voglio camminare. Per ora solo questo conta.
Con la penna in mano, su questa carta sgualcita, mi accontento.
Forse un giorno il tempo, dai suoi flutti impetuosi, farà riaffiorare la mia serenità perduta.
Non importa.