Voleva solo andare al cinema

annabella

Annabella, ma che buffo nome le avevano dato, perché lei non si sentiva bella. Soprattutto ora da quando passava le sue giornate a pulire gli appartamenti dei riccastri. Le detestava quelle donne griffate che non avevano nulla da fare se non sfoggiare il loro benessere da mantenute. Un lavoro dopo l’altro, precario e irrisorio, per pagarsi l’affitto, le bollette e nient’altro. Aveva un solo vestito decente, quel vestito viola che non metteva mai. D’altronde, dove sarebbe dovuta andare?
Annabella, ma bella mica tanto, troppo magrina troppo piccolina, ma brava a letto le dicevano, quei letti che inseguiva con la determinazione autodistruttiva di chi non crede nel suo nome.
Eppure lei voleva solo andare al cinema. La passione per il cinema, l’unica rimasta, che coltivava stanca nel suo appartamentino vuoto la sera, guardando dvd di vecchi film e piangendo da sola. Solo i film la facevano piangere. Neanche quando il figlio se n’era andato sbattendo la porta e chiamandola puttana aveva pianto. La chiamavano così in molti.
Soprattutto gli uomini i cui letti frequentava.
Laura la chiamava spesso. La chiamava di mattina, prima che lei uscisse per andare a pulire i cessi delle donne ricche. Loro erano le puttane. Annabella guardava il cellulare e sospirava, sperava fosse uno di quegli uomini che l’aveva fatta rivestire e l’aveva riaccompagnata alla porta il giorno prima. Non la richiamavano mai.
E allora non rispondeva. Non rispondeva alla sua unica amica che le avrebbe chiesto, come sempre “perché l’hai fatto ancora?”.
Perché volevo andare al cinema. E lui non mi ci ha portato. Mi ha portato a letto, invece.
E nell’appartamentino freddo si avvolgeva nella coperta e piangeva guardando Casablanca e Colazione da Tiffany.
Poi ci ricadeva. Gli uomini la rimorchiavano su Internet. Su Internet era meglio, metteva le foto che voleva. Poi la incontravano, la guardavano e un po’ rimanevano delusi, si notava. Ma a letto era brava, almeno così le dicevano.
Perché si innamorava.
Questa era una variabile impazzita, loro non se lo aspettavano. Non si aspettavano che Annabella gli dicesse poi ti amo. Non sapevano che rispondere, li spiazzava.
Io non ti ho chiesto di innamorarti. Non ti ho chiesto nulla.
Solo sesso, già.
Lei invece avrebbe voluto che la portassero al cinema. Non a letto, al cinema. Che le consentissero di piangere sulla loro spalla. E le offrissero un gelato, dopo. E la riaccompagnassero a casa senza chiederle di salire. E la richiamassero il giorno dopo, solo per fare due chiacchere. Per chiederle come stava.
Perché lei a quegli appuntamenti si sarebbe messa il vestito viola. E magari anche una spilla tra i capelli. Si sarebbe guardata finalmente allo specchio.
Ma invece guardava troppi film. Glielo dicevano tutti, guardi troppi film. Quegli uomini esistono solo nei copioni, la rimproverava Laura. Oppure sono già impegnati, non vanno a cercare le Annabelle di turno che si innamorano troppo in fretta.
Non chiamarmi più, aveva scritto all’amica. Queste cose non ho bisogno di saperle.
Nelle giornate che si ingrigivano, sempre più preferiva inseguire i suoi pensieri cercando di disintossicarsi dal bisogno d’amore. Avrebbe voluto essere un uomo, a volte. Riuscire a cancellare tutto con un colpo di spugna e proseguire. Magari un uomo in carriera. Uno di quelli alti, che tutti rispettano, con la giacca e la cravatta. Uno di quelli che, magari dopo un paio di divorzi da donne abbienti, si andava a cercare in giro gli zuccherini per addolcirsi la vita, senza dover chiamare nessuno il giorno dopo. Senza la necessità di innamorarsi. Senza la necessità di aspettare davanti a un telefono, sperando che squillasse. E il telefono non squillava mai.
A parte quella sera. Ma era Laura.
Decise comunque di rispondere, d’altronde non aveva altro da fare. Rimase un attimo in silenzio, respirava piano.
“Non va, eh?” le chiese l’amica dall’altro capo. Annabella si limitò ad annuire, come se lei la potesse vedere. E l’amica la vide.
“Preparati, ti porto al cinema. Offro io.”
Annabella continuò a non dire nulla perché non sapeva cosa dire. Non aveva una risposta pronta, perché un’evenienza così non le era mai capitata. Ma l’interlocutrice sapeva che questo era un dialogo. Sapeva che quello era un annuire.
“Mettiti il vestito viola, non ti azzardare a uscire con me vestita di stracci. E truccati. Il rossetto, non ti dimenticare il rossetto. Passo tra mezz’ora.”
Riattaccò. Andò in camera da letto a cambiarsi, si muoveva inconsapevole, quasi un’automa.
Poi, incrociò lo specchio. Si guardò.
Sono troppo magra per quel vestito? Pensò. Sorrise.
Decise che andava bene così.

(scritta nel giugno 2011)

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