Di strane stagioni

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È strano scrivere di vite marine ma non vedere mai il mare. Strano, così strana questa estate adesso morente, che non è riuscita ad essere estate. È strano, il Nord Europa oceanico che mi insegue in ogni angolo di vita. Come se, nel momento-del-ricominciare (finalmente) tutto daccapo, mi ricordasse, ironica climatologia, guarda che il passato è sempre con te.
Ma non lo è. Oppure forse no. Un po’ c’è. Questa mia insofferenza al pressapochismo. Alla paura di cambiare. La mia avversione alle paludi -esistenziali, linguistiche, emotive. Ecco forse, questo è il retaggio. La pioggia, il vento, e il prossimo inevitabile viaggio. Ecco il mio passato che si manifesta e mi ricorda dei miei errori. Hai imparato finalmente? Mi chiede il cielo cupo.
Non ho toccato il mare dunque. Dodici lunghi mesi di pianura. E oggi, nell’ultimo mio giorno di ozio e riflessione (in quelle che mi ostino cocciutamente a non chiamare ferie, ma, semplicemente pausa) riprendo a poco le fila di un discorso interrotto. Lascerò la provincia. Lascerò l’inutilità di un quotidiano senza progetto. È venuta l’estate oceanica a dirmi ci stavi ricadendo di nuovo, non ti era bastata la prima volta? Ci sono voluti multipli fronti atlantici a sbattermi in faccia brandelli di passato, giornate grigie e finestre che languivano su nubi in continuo movimento. Il terrore di ricadere nell’arrancare quotidiano che non è vita, ma sopravvivenza.
Strano. Un caso? Che l’inizio della mia seconda vita dopo dieci anni di sofferenza e tre di stagnazione coincida con l’assenza di afa e sole e bruciore sulla pelle e sudore? Mi ha dato forza, questo vento fresco, alpino e costante. Forza di prendere a calci la solitudine. Di scrollarmi di dosso l’arrancare a tutti i costi. Il  pessimismo cosmico e la sensazione costante di non valere. Via tutto. A calci, nel vento. Fuori dalla mia vita.
Vedi che non combino solo danni? Mi dice il vento atlantico.
Ho tolto dalla mia vita le troppe parole. Ora cammino.
(E vedrò presto anche il mare).

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