Dodici mesi fa. Sedici anni dopo.

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Ritrovo il vecchio diario: “E ora?” scrivevo dodici mesi fa. Sembra una vita. Ma questi dodici mesi sono stati una vita, baby. Per me, per te, per tutti noi.
E accanto alla nota desolata, appuntavo anche il giorno speciale. Anche oggi, ma non ho bisogno di appuntarlo. Oggi è davvero speciale. Sedici anni. Questa sì, è stata una vita. Una lunghissima vita. Sedici anni e sette dolorosi, affannati traslochi. E tu mi hai seguito. Sempre.
Ma lo scorso gennaio, dicevo. Quando annotavo nebbie e desolazioni. Ci avresti scommesso tu, vittima di questa catastrofe, sulla mia vita? Che mi sarei risollevata -sì, ancora- certamente non per l’ultima volta, certamente non dopo l’ultima caduta (perché la vita, ormai l’hai imparato, è così)? Stavolta, finalmente innalzandomi e diventando genitore.
Dodici mesi sono volati via. Per te no. Per te sono una fetta enorme di esistenza. E sei cambiata. Giovane donna adesso, non lasci spazio ad anomalie e incidenti. E non hai più bisogno di accudirmi, baby.
Lo so. So, sappiamo quanto sono stati difficili questi sedici anni. Per noi tutti non ci sono state gite spensierate al mare, passeggiate al parco e pranzi della domenica in famiglia. Forse non li volevamo, forse questa è la nostra vera natura. Saltare da una città all’altra, da un aereo all’altro, da un’esperienza all’altra. Tu appartieni ad una famiglia aperta, che si allarga in continuazione a macchia d’olio. Per anni hai vissuto di deprivazioni, ora vivi di continue aggiunte. E vedo che questo ti rende felice. Così giovane hai già imparato questa regola fondamentale di vita, ovvero che l’amore è fatto di molteplicità, non di esclusione.
Chi l’avrebbe detto, sedici anni fa? Quando, su un tavolo operatorio mi aggrappavo alla speranza di una felicità semplice. Non sapevo -non sapevamo- allora che la felicità è la cosa più difficile. Che per un effimero momento ne devi passare altri diecimila di dolore. Cosa ne sapevamo allora, io nella mia disintegrazione e tu, beh, nelle tue poche ore di esistenza?
Ora sappiamo. Per cui, baby -o meglio, mia giovane donna- non lasciare mai che nessuno ti escluda dai tuoi molteplici affetti. Continua con le tue gioiose aggiunte, con le tue case sparse geograficamente, continua ad essere cittadina di un mondo che è tutto tuo. Tutto vostro. Io di danni ne ho fatti, come tutta la mia disgraziata generazione di trapasso. Noi che appartenevamo ai libri e ai telefoni a gettoni, siamo stati catapultati nella comunicazione costante, senza tuttavia saper comunicare.
Ora ho imparato. E parlare con te è la cosa più bella.
Rimani quello che sei. Una persona spendida.

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