Mishmash

Red Dress

Qualche tempo fa – non dico quando perché io aborro le celebrazioni e di tutte questa era la peggiore – passavo il mezzo secolo. Era una giornata torrida e per pura coincidenza (quasi quasi un fato festaiolo si fosse accanito contro la mia musaggine ed ostinata allergia verso qualsiasi sprazzo di allegria organizzata) mi ritrovavo la giornata priva di impegni di lavoro e venivo catapultata in un festoso music festival – per due giorni consecutivi, strenuo tour de force da cui mi sono ripresa qualche tempo dopo – dalla figlia adolescente ed energetica, fino a notte inoltrata (o almeno così definisco, nella mia visione anziana del fare tardi, mezzanotte e mezza).
Divorata da resilienti zanzare ma allo stesso tempo divertita dalla buona musica e stranamente isolata per qualche ora dalle preoccupazioni quotidiane, mi sono, inevitabilmente, lasciata andare a riflessioni.
Riflessioni. Che non faccio più perché non ho tempo. Perché le trovo inconcludenti e inutili. Come la mia scrittura. Che non pratico più, o almeno avevo deciso di lasciare nel dimenticatoio dei miei sogni di lussi (si fa per dire) passati finché qualcuno, alle soglie del mio semicentenario, candidamente mi ha chiesto “Perché?”. Già, perché?
Perché ho lavorato e basta, rispondevo io con la solita autoafflizzione, perché dovevo mettere le mani su un qualsiasi presente (passato e futuro sono concetti senza significato per me) da condividere con i miei figli. Dovevo consolidare qualcosa.
“Dovevi?” la solita voce querrula chiedeva perplessa. Già. Dovere. Mai piacere. Come questo angolo di scrittura, come questa pagina elettronica di mishmash sperimentale, io che mi atteggiavo a creativa senza speranze, fino a che, nel solito mese torrido tradizionalmente passato a colpi di autocommiserazione sulle gengive, si è abbattuta la scadenza delle cinque decadi.
Ma un attimo, riprendiamo: riflessioni dicevo. E il concerto. Ah già, ho perso un po’ il filo, scusate l’età. Le riflessioni sul perché non ho accennato a nulla e a nessuno. E perché ne parlo solo ora che mi sento al sicuro, a scadenza conclusa e passata.
Le motivazioni sono le solite. Perché celebrare un fallimento di vita? Mi sono sempre ripetuta a mantra. Il fallimento del mio concetto piccoloborghese di vita. Quella vita piccola piccola che mi ero immaginata, io che non l’avevo mai avuta, quella famiglia da mulino bianco, me l’ero costruita senza fondamenta. Non sapevo come, non avevo capacità progettuali, anni di terapia hanno così giustificato i miei errori. Giustificato, bada, ma mai perdonato. La psicoanalisi non ammette perdono. Per cui, quando si è sbriciolato tutto che manco un uragano del nord-est avrebbe saputo fare meglio, ho raccolto le responsabilità, lasciato indietro tutto il resto e sono andata avanti. In qualche modo. E ci ho messo anni. Non so neppure quanti. Anni e decenni, a capire che il concetto di vita relazione con cavalier servente-aperitivo e cinema il sabato-vacanzina al mare con fidanzato/marito/figli-amiche affettuose che ti guardano il gatto e ti portano i biscotti quando stai male-lavoro stabile tredicesima e ferie non era per me.
Non chiedetemi perché. Non è successo. E nella musica forte e gioiosa, ecco la peak experience: non avrebbe potuto essere altrimenti. Perché io sono io. Non sono nata in una famiglia estesa, e le paure che mi porto appresso sono quelle che mi fanno e plasmano come sono. E se non avessi questo vissuto non sarei io. Semplicemente.
Non è cambiato molto, da quella riflessione. Spesso ricado nelle mie recriminazioni quotidiane. Un cavalier servente che mi aiuti con la spesa, di tanto in tanto, non mi dispiacerebbe. Vabbé, se sono troppo stanca pago il supermercato che mi porti la roba a casa. Non mi dispiacerebbe neppure qualcuno che rassicuri le mie ataviche paure di non farcela, the odd time. Ma ho imparato molto presto da bambina l’arte dell’autoconsolazione. Pare che i figli unici di genitori problematici siano maestri in materia. E soprattutto, non mi dispiacerebbe qualche vacanzina al mare, nulla di che, qualche giorno sdraiata sotto un ombrellone a contemplare la beata inutilità di un sublime momento piccoloborghese.
Lussi così. Ricomincio dunque a sperimentare con le mie parole confuse. Di tanto in tanto, queste pagine non sono un diario ma un pasticciaccio brutto. Mi è stato detto di trovarmi un hobby, di lavorare di meno che tanto ormai precaria cronica rimango. Tanto vale giocare un po’. Non pensare al futuro, massantocielo il futuro non esiste. Le cinque decadi che mi trascino appresso invece sì. Pesante fardello di contraddizioni, pentimenti, errori e ripensamenti.
Ma sono sopravvissuta. Sono ancora qui. E vaffanculo tutto il resto.

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2 pensieri su “Mishmash

  1. A volte ritrovarsi su queste pagine sembra faticoso e complicato. Ma forse lo sto dicendo più a me che a te.

    Comunque noi siamo qui, apposta per leggere quanto verrà, quando vorrai, e ti posso assicurare che un “pasticciaccio brutto” non lo sono mai sembrate.

    • Pasticciacco brutto a mo’ di citazione… perché io effettivamente non giudico la qualità dei miei scritti, di cui l’unica cosa ovvia è che non sono un diario autobiografico (continuo a ripeterlo e vorrei che fosse chiaro). Ma, come dici tu, anche non volendo, l’autobiografico emerge e si infiltra nella finzione, nella costruzione di un personaggio che, alla fin fine, è un alter ego inevitabile. Ma è così per chiunque scriva, vero? E mi piacerebbe leggere di nuovo le tue parole, caro D&R, ammetto di capitare s volte tra le tue, di pagine, e rimanere delusa.
      Capisco la fatica a cui accenni, capisco le affinità, intuisco le coincidenze. Per questo sperimento. Perché le parole anestetizzano, tamponano, ricostruiscono.
      Magari c’è anche un lieto fine, ma chissà 😉

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