Panta rei

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Ah com’è difficile trovare un approdo. Quando la navigazione non accenna a rallentare, mai. Com’è difficile fermarsi e trovare i punti fermi. E allora ci provo.
Provo a pensarmi esattamente un anno fa. A immaginarmi com’ero, tra scatoloni riempiti frettolosamente e rigorosamente da sola nei ritagli di tempo che dodici ore di lavoro quotidiano mi lasciavano. E attorno a me ritrovavo un deserto. Finirà mai tutto ciò? Mi chiedevo nella disperazione della stanchezza.
No, che non finisce. Tutto scorre, vero? Non finisce, ma si trasforma e diventa, a volte, pace. Come adesso, che mi concedo il lusso di questa scrittura arrugginita e impolverata.
Un anno è passato, difficile, faticoso come tanti, tanti altri. E mi ritrovo qui in una confortevole quiete, che mai avrei potuto immaginare. In un annoiato e languido pomeriggio.
Ma non è finito qui. Questo ho imparato. Ci saranno altri scatoloni, altri dolori, altri abbandoni.
Ho imparato a non sperare ma a prendere ciò che arriva. A non rassegnarmi ma ad accontentarmi. Ad amare senza voler possedere. A lasciar andare chi non vuole rimanere.
E il passato. Ho imparato che rimane sempre con te, controcorrente con le filosofie consolatorie che mal si addicono a noi occidentali deterministi e atei. Non si dissolve il passato ma lo si può osservare con un placido distacco. Pensare: ecco cos’ero dodici mesi fa, un individuo senza meta e senza pasti regolari. E sorridere, anzi ridere in modo isterico perché la consapevolezza che che si ripeterà again and again and again ci dà l’adrenalina necessaria a manovrare il timone.
Questo è un autunno di pace. Temporanea, come tutto. Ma pace. Ovattata e senza pretese. Senza eccessive lamentele. Senza eccessivi sforzi, a orario ridotto e a spese contenute. Senza eccessive aspettative e con pochi sogni essiccati tra le pagine di un libro.
Mi concedo il lusso di ricominciare a scrivere, mentre le foglie ingialliscono e aspettano la prossima giornata di vento alpino per ricoprire i marciapiedi.
Ecco l’approdo. Un vecchio diario virtuale che ha cambiato cento facce, cento volte è morto e cento volte rinato, anche lui vittima dell’interminabile samsara che tutti ci accomuna. Il nostro ciclo di perdite e acquisizioni. La vita che si spopola e si riempie a ritmi regolari. Le nostre necessarie maree.
E se l’estate mi attira a sud verso paesaggi e climi mediterranei, da sempre l’autunno sposta il mio magnete esistenziale verso nord. Lì rimarrò ancorata con la mente tranquilla, tra una marea e l’altra. Tra una parola scritta e un desiderio sussurrato.
Ma è un approdo temporaneo.

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