Sulle nostre menzogne

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Scrivo parole a casaccio. Parlo spesso infatti, senza colpo ferire ma solo per parlare. Scrivo molto più raramente, per la mia conclamata incapacità di organizzare il tempo. Eh già, il tempo. Che tutto copre, che tutto porta via, che tutto cicatrizza.
Questa lettera dunque come tutte le mie altre, accatastate in cassetti polverosi, mai arriverà al destinatario. Ma la mia scrittura non segue una logica, non vuole un pubblico ne’ una critica di stile: è un’eruzione improvvisa, una marea che cerca uno sfogo. Un esperimento che cerca la teoria.
Quante volte ho promesso di scriverti. Ma tu non leggi e comunque non saresti mai riuscito a leggermi, assorbito come sei nel tuo ciclo karmico di cause perse e conseguenze dolorose. Ora, e adesso, proprio di questo dolore che non c’è più volevo scrivere.
E di tutte le menzogne. Che una dietro l’altra hanno incrostato la possibilità di una vita serena.
Il problema è che adesso io non credo più. Perché non so più discernere la falsità dal vero, nei tuoi roboanti racconti di vita vissuta o immaginata. Anche se la tua è una voce che non sento più da lungo tempo e, per fortuna, non riesco più a ricordare.
Strano il tempo, vero? Distorce i ricordi lontani, quelli che non vengono più alimentati dalle masochistiche velleità dei se, dei forse e dei rimpianti. Delle occasioni perse che non erano occasioni, ma solo l’ennesimo mulino a vento. L’ennesimo calesse.
Le menzogne no. Tutto ho potuto sopportare, tutto mi sono lasciata fare, anche l’inimmaginabile che la mia scrittura fragile non riesce e non vuole descrivere. Ma la consapevolezza improvvisa che ogni promessa, ogni dichiarazione, ogni gesto, ogni carezza, ogni dolore, ogni piacere altro non fosse che una costruzione mentale senza fondamenta reali, quella no, tale realizzazione mi è crollata addosso con tutto ciò che ci era costruito sopra. E mi ha portato sull’orlo della tua follia. Tua. Non mia. Io dal baratro mi ci sono allontanata ormai da anni, anche se a volte ci vacillo come un’acrobata esibizionista.
Quante volte si è parlato d’amore? Senza capire la legge fondamentale che è quella, appunto, che l’amore non detta leggi. L’amore non distrugge, non ferisce, non graffia, non tagliuzza. Non possiede, in alcun modo. L’amore non vuole, non pretende e non sembra. L’amore è. Sembra una frase da cioccolatini, vero? Eppure.
L’amore costruisce. Ponti, case, fondamenta. Sorrisi, sicurezze, limpide certezze. Limpide. Senza ansia, e senza menzogne. Quello che tu chiamavi amore era il tuo film mentale di una storia eroica,  di false e maschili prodezze. Era la tua strada personale, lastricata di narcisismo, che non consentiva accesso a nessun altro. Tu eri il tuo one man show.
Non chiedermi di perdonare, io non credo al perdono semplicemente perché il concetto di perdono non ha alcun senso logico. Sei tu il responsabile delle tue azioni, io delle mie. Non posso perdonare azioni di cui non sono responsabile.
Posso però fare pace con me stessa. Smettere di recriminare sui miei errori. Smettere di riflettere sulla mia incredibile arte di essere sempre nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Posso però smettere di prendermi sulle spalle la responsabilità del mondo, ma solo quella delle mie azioni. Le mie azioni impulsive, sbagliate, compulsive, cariche di rimorsi. Ma le mie azioni.
Non spero più in improvvise primavere. Preferisco le ombre lunghe di fine estate, l’umidità dell’autunno inoltrato, il gelo perfido di fine dicembre, il sole senza pietà di un luglio cittadino. Non cerco più nulla. Non credo più nelle false illusioni di chi nasconde le sue paure dietro il finto coraggio di una finta storia. Costruita talmente bene che avrei potuto scriverla e farci un best-seller.
Chissà. Un giorno, quando le farfalle entreranno dalla mia finestra aperta allora riuscirò a sorriderci sopra. Sarà il vero amore, quello. Per me stessa.