Trainspotting

Non ritornano, i treni partiti. Una volta lasciata la stazione proseguono nella loro inesorabile traiettoria obbligata dai binari.
Diversi sono gli aerei: posseggono un’agilità dovuta all’aria, non seguono alcun binario ma solo corridoi immaginari a cui è possibile fare un’eccezione.
Hanno un tonnellaggio, i treni, che sforza le leggi della fisica, irride la gravità, cavalca l’inerzia. Pur rimanendo saldamente attaccati al suolo, scivolano veloci sperando nell’assenza di ostacoli.
Non tornano indietro, i treni. Si fermano sporadicamente, mai su richiesta. Null’altro siamo se non i passeggeri di un lungo viaggio. Oppure breve, dipende da che stazione scegliamo come destinazione finale. Alcuni di noi viaggiano in continuazione prendendo coincidenze (spesso sbagliate), cambiando itinerari, confondendosi tra casuali compagni di viaggio.
Altri scelgono di guardare dalla pensilina della stazione, impauriti dal viaggio. Guardano e sperano che il treno su cui si sarebbe voluti salire torni indietro.
Ma non torna indietro.
I treni partiti non tornano mai. Ed è inutile inseguirli.

“è inutile che mi arrovelli nella smania di far girare all’indietro gli orologi e i calendari sperando di ritornare al momento precedente a quello in cui è successo qualcosa che non doveva succedere”
Italo Calvino

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Quel certo effetto

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Non ci si abitua mai. Nomadi resilienti che si piaggiano per l’assenza di radici. Liberi pensatori abituati a non disfare mai le valigie. Poliglotti indomiti che snobbano le minoranze monolingue. Frequent flyers. Solitari misantropi tristemente assuefatti a viaggiare da soli.
Non vi credo. Fa sempre un certo effetto prenotare un volo di sola andata. Organizzare un trasloco. Didsdire un affitto. Chiudere porte, battenti, contatti.
Si fa finta di non temere nulla. Si fa finta di esserci abituati. Ci si prende in giro a dirsi è meglio così.
Sempre. Si crede per un attimo di non provare più nulla e poi ci si scopre, come bambini disobbedienti colti in flagrante, a vagheggiare su un briciolo di stabilità.
Fa sempre un certo effetto continuare a ripetersi che il giorno in cui ci sarà qualcuno ad aspettarti all’aeroporto, allora il peggio sarà finito.
Fa niente, ci si ripete, perché non si ha scelta.
Si preparano gli scatoloni, che tanto si è esperti. Si mettono via i soldi per il taxi, che a trascinare le valigie sugli autobus ci si è anche stufati.
Poi si cerca di dormire un po’, che quello è l’unico senso che rimane. Dormire dopo una giornata dura. Non si leggono le notizie, che fanno paura.
E ci si prende in giro, sarà meglio, vedrai.
Piccoli sono i lussi della vita, quando ci consente di illuderci per un infinitesimale attimo. Non ne possiamo fare a meno, la speranza è nella nostra natura di Homo Sapiens.
In questa incomprensibile esistenza di oggetti e denaro, essere è un lusso. È quel momento all’arrivo, quando per pochissimo ci credi ancora che ti potrai fermare. Allora sei. E ti riposi. Preparando le forze per il tuo prossimo viaggio di sola andata.
Perché i biglietti col ritorno appartengono ai vacanzieri. Noi viaggiatori andiamo solo one way. E fa sempre un certo effetto.

Di stelle, siamo fatti

Un giorno mi leggerai e paradossalmente non riconoscerai il linguaggio. Banalmente, l’avrai dimenticato. Come quelle favole notturne di cui ricordiamo qualche pezzo, qualche frase, qualche impressione. Qui e là. Oppure quelle canzoni stupide, che ti portano il ricordo improvviso di un momento che tu non volevi ricordare.
Che stupida è stata questa vita, ci diremo. Decenni passati a carpirne il senso. Cercando di interpretare i segni, le lingue, le stagioni.
Lo rifaresti? Mi chiederai. Se, quando ancora popolavi il nulla ti fosse stato dato da guardare un video del tuo predeterminato futuro, e una scheda con due opzioni, avresti scelto il Sì oppure il No?
Come tre quarti della popolazione mondiale, il segno di spunta l’avrei messo sul No. Mi sarei risparmiata gli affanni e il ritrovarmi al termine di tutto questo, senza un senso.
Ah, mi dirai, fatalista e sartriana.
Come potrò farti comprendere? Non trovo il senso di nulla. Non capisco il perché del denaro e delle monete, dello scambio e del profitto. Non capisco le frontiere, se non quelle naturali dettateci dal questo pianeta. Non capisco l’urgenza alla sopraffazione della specie a cui appartengo. E tante altre cose, non capisco.
Tu mi guarderai in modo ironico, a quel punto. Perché non riconoscerai il linguaggio. Farai fatica a districare le sintassi, a trovare un filo logico, una grammatica universale. Tergiverserai, lo sento, e senza darmi troppo peso riprenderai le tue faccende affacendanti. E ti darò ragione, un filo logico non c’è mai stato.
Vorrei tanto poterti rassicurare. Dirti che quella là fuori è vita. Dirti che queste lingue mischiate tra di loro sono comunicazione. Giurarti che capisco. Vorrei, potrei forse. Portarti per mano tra città, spiagge e campagne.
Ma non sono io che devo farlo. Devi sollevarti, sostenerti sulle tue gambe, e andare. Via. Per questo mondo senza senso.
Mi riconoscerai, un giorno? Io che ancora uso carta e penna per scrivere ed il telefono per telefonare? Io, sgrammaticata, accademica, sedentaria, iperattiva, volatile, senzatetto, itinerante e disillusa?
Ma certo, mi dirai. Non ci si può evitare.
Eppure. Anche se nulla è determinato, io su quella scheda sceglierei No. Per darmi, darti la libertà più grande: quella di non doverci essere. Sempre. E di non dover capire.

Quello che c’è in mezzo

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Il rifiuto di tutto si manifesta nelle piccole cose. Un atto mancato, un lapsus, una password dimenticata, un accesso che ti viene rifiutato perché è troppo tempo ormai che non riesci più a scrivere nulla. O a dire nulla. O ad ascoltare nulla.
Alla fine, un giorno, ci riesci. Trovi la tranquillità di un momento. Riaccendi la musica. Hai tempo di ascoltare, di battere i tasti del tuo vecchio computer che non hai i soldi per cambiare.
Fatichi. Cerchi le parole, la grammatica, inciampi su tempi e sintassi perché le lingue si sono mischiate ormai con effetti ridicoli.
Poi ti rilassi. Perché questo è un posto consueto. Familiare. Anche fuori dalla finestra fisica sul mondo, il posto è familiare. Detestato, ma familiare. Rifiutato, rigonfio di un passato doloroso, ma familiare. Fatichi a scriverle queste parole. Dopo più di un anno di automatica sopravvivenza, fatichi a razionalizzare. Eppure è così semplice.
Si torna sui propri passi quando non si ha dove andare. Quando dopo mezzo secolo di incertezze, si capisce che la vita è semplicemente così, incastrata tra le due uniche certezze: la nascita e la morte. E poi tutto quel caos indistinto che c’è in mezzo.
In questo caos, avevi dimenticato le parole. Anche per rientrare in questo vecchio diario, cancellato e riaperto più volte.
Ti chiedi se ne valga ancora la pena. Ti chiedi per cosa valga ancora la pena trascinarsi questo immenso fardello sempre da sola. Per cosa valga la pena cercare di capire il senso di quello che c’è in mezzo.
Credevi con sollievo di aver raggiunto l’indifferenza, fino a che un giorno riesci a cambiare la password e a togliere la polvere da un luogo che pensavi di avere abbandonato.
Purtroppo non si riesce mai ad abbandonare nulla.
Vorresti metterlo in ordine, chissà, questo in between, questo caotico dolore accatastato in mezzo ai due punti di certezza. Ma non ci si riesce mai. Non puoi neppure scrivere tutto, perché tutto sommato questo è un posto pubblico e i tuoi dolori, le tue violenze, i tuoi rimpianti, i tuoi lividi, le tue umiliazioni le tieni nei tuoi diari segreti.
Quello che c’è in mezzo non si può dipanare, non si può capire. Ci hai provato molte volte e adesso basta. Adesso ascolti. Senza credere più a nulla, se non ai silenzi che sempre ti hanno accompagnato.
Prima o poi riuscirai a fermarti e a guardare il tramonto.

Cose da fare di prima mattina

Faquharson

I sani rituali mattutini. Ci svegliamo, non pensiamo. Il caffé sul fuoco, poi la doccia calda. I vestiti stanchi. L’autobus assonnato. Come in un film, uno di quei tristi film francesi. Ci si chiede il perché. Io me lo chiedo spesso, non sempre. A volte la mente entra in automatico. Finché.
Finché tutto si ferma perché il fiume ristagna. Finché la melodia esaurisce le note e non riesce a diventare sinfonia. E ogni mattina diventa una pagina bianca. Con quel dilemma, sempre: se continuare a imbrattare lo spazio vuoto e la pagina bianca di parole vacue. Se continuare, con fatica, a trovare le parole giuste. In mezzo al rumore. Appesantiti dal passato, dalla pioggia incessante, dai desideri impossibili di piaceri terreni.
Poi capita. Non un’illuminazione, perché a trovare il mio buddha interiore ancora ne devo fare di strada, ancora ne devo respirare di silenzio, ancora ne devo assorbire di voci amiche. No, semplicemente un’intuizione. Si intuisce che la vita richiede diversi rituali.
Che le parole devono diventare tante, e in lingue diverse. Love thyself and thy life.
Chiudi gli occhi, piccola donna in un corpo fragile. Lì fuori c’è la distesa infinita della tua mente. Stringi i pugni e ricomincia, ancora una volta.
Ancora una volta cerca un approdo. Scrivi.