Lei, che appendeva i silenzi alla finestra.

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C’era un silenzio per ogni momento della sua vita. Un silenzio per ogni occasione d’amare perduta, erano silenzi bianchi. Un silenzio per ogni ruga, quelli erano di colore scialbo. Un silenzio per ogni livido, ognuno di questi era violaceo. Li appendeva alla finestra, come panni. Sperava che qualcuno li vedesse. Ma i silenzi erano invisibili. Solo lei li notava.
Non le importava. Li appendeva al vento comunque e li guardava svolazzare. Il silenzio di quando si guardava allo specchio con disgusto. Quello ad esempio non aveva neanche un colore. O il silenzio di quando riempiva il suo vuoto con il cibo ingozzato a caso e in piedi, dato che ormai non si sedeva più a tavola. Aveva un colore rosso e sguaiato. C’era anche il silenzio dei suoi digiuni, quello dal colore acido e sabbioso.
Il silenzio nero delle notti buie e solitarie. Anche quello appendeva ogni mattina, nella speranza che si schiarisse al sole. Ma sempre nero appariva.
Poi c’era il silenzio vero. Quello che ti circonda dovunque quando non hai nessuno con cui parlare. Quello era un silenzio multicolore e totalizzante.
Per ogni decennio di solitudine sulle sue spalle, c’era un altro silenzio. Quelli erano i silenzi permanenti ed avevano colori spenti.
Si guardava attorno camminando da sola per le strade e vedeva tutti questi silenzi appesi ad ogni finestra. Le strade le apparivano multicolori. I silenzi delle lacrime, notava, erano spesso azzurri. Erano quelli più comuni: grandi fogli azzurri a ogni finestra. Interessanti erano i silenzi dei rancori. Quelli erano mutevoli e cambiavano colore a seconda della finestra a cui appartenevano.
I silenzi delle rinunce erano a colori sgargianti. I silenzi della sofferenza fisica, invece, grigi e tristi.
Pensò di tornare a casa e di appendere altri silenzi prima di andare a dormire nel suo letto vuoto. Il silenzio delle parole mai pronunciate, che aveva una sfumatura dorata. Il silenzio dei telefoni che non suonavano, quello era blu scuro. Il silenzio della nausea che la perseguitava, giallastro. Avrebbe appeso anche il silenzio dei desideri repressi: un silenzio verde scuro ed amaro.
Ogni momento di ogni giornata si dilettava a decorare la sua finestra. Ma nessuno li vedeva, quei teli colorati che si agitavano alla brezza degli inganni. Solo lei aveva questo dono. Solo lei vedeva che tutti avevano panni da appendere. E non poteva farci nulla. Perché i silenzi non comunicano. Perché i silenzi sono, alla fine, solo silenzi.
Appoggiò la testa sul cuscino e si lasciò andare all’illusione che qualcuno potesse amarla, un giorno. Davvero, senza finzioni o inganni.
Quello era il silenzio più grande di tutti, di un colore indefinibile. Il silenzio che non aveva il coraggio di appendere.

(pubblicato la prima volta il 9 ottobre 2010)

Cose da fare di prima mattina

Faquharson

I sani rituali mattutini. Ci svegliamo, non pensiamo. Il caffé sul fuoco, poi la doccia calda. I vestiti stanchi. L’autobus assonnato. Come in un film, uno di quei tristi film francesi. Ci si chiede il perché. Io me lo chiedo spesso, non sempre. A volte la mente entra in automatico. Finché.
Finché tutto si ferma perché il fiume ristagna. Finché la melodia esaurisce le note e non riesce a diventare sinfonia. E ogni mattina diventa una pagina bianca. Con quel dilemma, sempre: se continuare a imbrattare lo spazio vuoto e la pagina bianca di parole vacue. Se continuare, con fatica, a trovare le parole giuste. In mezzo al rumore. Appesantiti dal passato, dalla pioggia incessante, dai desideri impossibili di piaceri terreni.
Poi capita. Non un’illuminazione, perché a trovare il mio buddha interiore ancora ne devo fare di strada, ancora ne devo respirare di silenzio, ancora ne devo assorbire di voci amiche. No, semplicemente un’intuizione. Si intuisce che la vita richiede diversi rituali.
Che le parole devono diventare tante, e in lingue diverse. Love thyself and thy life.
Chiudi gli occhi, piccola donna in un corpo fragile. Lì fuori c’è la distesa infinita della tua mente. Stringi i pugni e ricomincia, ancora una volta.
Ancora una volta cerca un approdo. Scrivi.

Una promessa

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Se lungo il fiume mi tieni la mano, è perché la mia vita è fatta di fiumi. Li ho visti scorrere e ho sempre aspettato. Lungo la riva, ho sempre aspettato. Non ho mai fatto promesse, perché sapevo non le avrei mantenute.
Che vita, è stata. Prima era il mio fardello costante. Ora, qui e adesso, non la vedo più. Se l’è portata via il fiume, nella sua corrente impetuosa.
E allora me la fai una promessa? Adesso che puoi camminare leggera? Adesso che hai rallentato il tempo?
Ti guardo. Vi guardo. Siete voi il mio tempo rallentato, il mio presente e futuro. Siete il mio sogno la mia speranza, la mia realtà. La mia rinuncia e la mia ricchezza.
Quale promessa allora? Mi chiedo. Scrivere forse? La parola a volte mi viene difficile. Troppo ho fatto quadrare i conti anziché cercare giusti ritmi e assonanze. Viaggiare? Mi sono venute a nausea le folle, il rumore, gli aeroporti affollati. Preferisco i silenzi, i luoghi deserti, le parole sussurrate. Fermarmi? Ecco, quello lo potrei fare. Anche se correre e rincorrere è iscritto nei miei geni. Richiederebbe dunque disciplina, e disciplina mi manca.
Scuoti la testa. Perché io non vedo, mi manca a volte la visione laterale e non capisco i segnali nascosti. Anche quando è tutto chiaro e sotto la luce. Lungo la corrente del fiume.
Quale promessa allora?
Vivi.

Ho aspettato la fine dell’inverno

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Ho aspettato la fine dell’inverno per chiudere le porte. Per lavarmi le ferite, detergere la pelle a fondo, candeggiare i vestiti.
Ho aspettato. Perché non sapevo altro che aspettare. E non capivo, oh non capivo che il veleno mi intossicava, giorno dopo giorno, ora dopo ora.
Ho aspettato perché non vedevo altra via. Perché aggrappata alle mie paure, non vedevo vie d’uscita.
Finché sono arrivate le piogge. Hanno lavato tutto e la mia  mente, il mio corpo, il mio spirito, finalmente insieme e coalizzati, si sono ribellati. Ho vomitato tutto, ho versato litri di lacrime, ho sudato la mia anima in una lunga, interminabile disintossicazione.
Ora ho il mio dolore tatuato in due centimetri di pelle sopra il cuore.
Eppure io la gioia l’ho cercata, come dicevo anni fa. Sono qui per cercare la gioia. Senza sapere dove andare, senza sapere cosa fare. Non avevo capito che chi è alcolizzato e tossicodipendente non può bere neanche un bicchiere, non può annusare neanche un granello.
Ed io abituata ai tagli, ho cercato altri modi di farmi male. Cadendoci di nuovo. Incespicando di nuovo nella mia solitudine. Legandomi più stretta al mio ostinato isolamento.
Ho aspettato la fine dell’inverno per scrivere il malessere. Per leggere le parole a voce alta e urlarle al vento che, finalmente, si era alzato. Spazzando via tutto, pulendo l’aria, asciugando le lacrime, prosciugando il veleno. È finito il grande buio. Ma, nonostante la luce, non intravedo la strada e non so dove andare.

Fragile

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Come bambina. Cammini cercando una mano. Perché ti perdi facilmente. Quante volte ti è capitato, ricordi? Al supermercato. In quella strada invernale, eri piccolissima. Nell’auto, ma non sai quando, ricordi solo l’angoscia dell’abbandono. Più grande, in seguito. Nelle tue indecisioni. Durante l’adolescenza inquieta. O su quel treno. Durante un sogno, poi. Cercavi una mano, ancora. Quando ti eri persa in un paese, sulle sponde di un oceano. In una casa fredda. In un ospedale, con in braccio un neonato. E cercavi la strada.
Cercavi la strada nel labirinto di un amore finito. Cercavi un’uscita ma tutto era così scuro, freddo, umido e faticoso.
Poi, anni dopo, sei fragile dentro ti hanno detto un giorno. Distesa su un letto, assonnata. Non essere più fragile. La nebbia fuori, l’inverno scuro che cresceva.
Non so come fare, avevi risposto. Tu che incespichi ancora sui lacci delle scarpe. Tu che cerchi ancora una mano. “Non so come fare”.
Ma quanto tempo è passato?
Più di vent’anni. Non te ne sei accorta? Vent’anni infiniti. Una vita. E non puoi tornare indietro. Smettila di pensarci. No, che non ci penso. Va tutto bene, in genere. Altre volte mi perdo, ma poco importa. Quando capita ascolto vecchia musica e sogno. Che qualcuno mi tenga per mano.

Panta rei

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Ah com’è difficile trovare un approdo. Quando la navigazione non accenna a rallentare, mai. Com’è difficile fermarsi e trovare i punti fermi. E allora ci provo.
Provo a pensarmi esattamente un anno fa. A immaginarmi com’ero, tra scatoloni riempiti frettolosamente e rigorosamente da sola nei ritagli di tempo che dodici ore di lavoro quotidiano mi lasciavano. E attorno a me ritrovavo un deserto. Finirà mai tutto ciò? Mi chiedevo nella disperazione della stanchezza.
No, che non finisce. Tutto scorre, vero? Non finisce, ma si trasforma e diventa, a volte, pace. Come adesso, che mi concedo il lusso di questa scrittura arrugginita e impolverata.
Un anno è passato, difficile, faticoso come tanti, tanti altri. E mi ritrovo qui in una confortevole quiete, che mai avrei potuto immaginare. In un annoiato e languido pomeriggio.
Ma non è finito qui. Questo ho imparato. Ci saranno altri scatoloni, altri dolori, altri abbandoni.
Ho imparato a non sperare ma a prendere ciò che arriva. A non rassegnarmi ma ad accontentarmi. Ad amare senza voler possedere. A lasciar andare chi non vuole rimanere.
E il passato. Ho imparato che rimane sempre con te, controcorrente con le filosofie consolatorie che mal si addicono a noi occidentali deterministi e atei. Non si dissolve il passato ma lo si può osservare con un placido distacco. Pensare: ecco cos’ero dodici mesi fa, un individuo senza meta e senza pasti regolari. E sorridere, anzi ridere in modo isterico perché la consapevolezza che che si ripeterà again and again and again ci dà l’adrenalina necessaria a manovrare il timone.
Questo è un autunno di pace. Temporanea, come tutto. Ma pace. Ovattata e senza pretese. Senza eccessive lamentele. Senza eccessivi sforzi, a orario ridotto e a spese contenute. Senza eccessive aspettative e con pochi sogni essiccati tra le pagine di un libro.
Mi concedo il lusso di ricominciare a scrivere, mentre le foglie ingialliscono e aspettano la prossima giornata di vento alpino per ricoprire i marciapiedi.
Ecco l’approdo. Un vecchio diario virtuale che ha cambiato cento facce, cento volte è morto e cento volte rinato, anche lui vittima dell’interminabile samsara che tutti ci accomuna. Il nostro ciclo di perdite e acquisizioni. La vita che si spopola e si riempie a ritmi regolari. Le nostre necessarie maree.
E se l’estate mi attira a sud verso paesaggi e climi mediterranei, da sempre l’autunno sposta il mio magnete esistenziale verso nord. Lì rimarrò ancorata con la mente tranquilla, tra una marea e l’altra. Tra una parola scritta e un desiderio sussurrato.
Ma è un approdo temporaneo.

Cuore elastico

jim dineL’uno e l’altra. Il cuore e la vita. Si avvolgevano l’una attorno all’altra. E il cuore si estendeva.
Non aveva scelta. Gli occhi correvano seguendo il percorso. Cambiavano colore. La pelle ora soffice ora stanca. Ed il respiro, un soffio. A volte affannato. A volte sommerso dal sonno. E non aveva scelta. Se non quella di modificarsi. Adattarsi. Riciclarsi. Rejuvenate. Riprendersi gli anni persi, accartocciarli e poi. Lanciarli lontano.
Si allungava, si rimpiccioliva. Si allargava a dismisura il cuore. La mente cercava momenti di quiete, eppure… fuggiva dalla noia, non sopportava i momenti di silenzio, non capiva la meditazione, temeva l’oblio. Lei, che era una contraddizione in se’, cercava di sbrigliare le matasse del suo vissuto. Quel bandolo, l’aveva: la certezza che non era sempre stata umana. Non erano i suoi geni a dirglielo, cassaforte di milioni di anni di cammino sulla Terra. Semplicemente sapeva. Da come si adattava, da come diventava territorio, acqua o roccia che fosse. Da come cambiava forma, il cuore.
Ora batteva e in quel momento, preciso momento, era viva.
In quell’unico momento.