Piano quinquennale

bricher

La vita è scansionata da cicli di cinque anni. Almeno così è per me. Regolarmente. Dalla nascita, un quinquennio dopo l’altro, li vedo allineati. Tutti e dieci. L’infanzia prescolare, ce la ricordiamo appannata, sognante. Qualche foto in bianco e nero dell’asilo. Una bambina che piange e non assomiglia neanche a te. Non so dove siano state scattate quelle foto. Non lo so mai. Le elementari. Le scuole scandiscono con regolarità angosciante le nostre fasi evolutive. Le scuole, il bullismo, l’inadeguatezza. Il quinquennio della pubertà, dell’adolescenza. Lì è cominciato. Il voler fuggire. Il desiderio di fuga da quell’infanzia che era stata troppo difficile e troppo sola. La determinatezza a voler costruire una famiglia mia, una serenità mia. Le fesserie che riempiono la testa di noi bambine complicate, coi disordini alimentari, con la madre problematica. Lavoro, trasloco, famiglia, abbandono, trasloco, famiglia, divorzio, trasloco, abbandono, di nuovo, ricerca, trasloco. E così via.
Un quinquennio dopo l’altro di costruzione, distruzione, ricerca, costruzione e distruzione. Terapia. Scivoloni. Lingue che si mischiano nel ricordo. E nella tua testa, anche adesso, fai fatica a trovare il linguaggio adeguato. Ti vengono parole a caso. Soulmate. Happiness. Family. Career.
Woman.
Perché.

Un altro quinquiennio è appena finito. Non ha funzionato. L’ansia di uscire dall’isolamento ha portato ulteriore isolamento. L’ansia di mettere finalmente radici ha portato alla finale consapevolezza che alcune persone sono fatte per seguire il vento.
L’ansia. Se c’è una parola che può caratterizzare questi dieci quinquenni, eccola: l’ansia di rendermi adeguata. Di essere più alta, più bella, più magra. Più normale. L’ansia di venire accettata, perché io ero sempre l’outsider. Si è sempre l’outsider di qualcuno. Corta, vivace, befana, terrona, quella con la madre strana, cinese, stracciona, foreigner, depressa, fake, straniera.
Straniera.
Che mondo strano. Tutti vogliamo appartenere ma, nella foga, ci isoliamo. Nell’egoismo delle nostre velleità. Nell’isolazionismo dei nostri linguaggi. Nell’ansia delle nostre azioni che sempre, senza esclusioni, tendono al possesso.

Un altro quinquennio comincia. Fatto di valigie, scatoloni. Nessuna aspettativa. Ah, le aspettative. Quelle, per fortuna, se le è portate via la corrente vorticosa di questi dieci lustri. Quante domande ti continui a fare. Del perché non abbia mai funzionato. Del perché ci sia sempre caduta e incespicata sopra. Del perché abbia sempre creduto a tutti coloro a cui non dovevo credere. Sono tutti lì, alle mie spalle, falsi amici, falsi amanti, omuncoli, datori di lavoro, figli. La folla dei se e dei ma.
Nulla dunque. Non cerco più nulla di produttivo. Il prossimo quinquennio sarà quello in cui, senza troppe pretese, lascerò accadere la vita. Senza troppo dolore, uno spera, ma neanche quella è una grossa priorità dato che a un certo punto ci si anestetizza (a parte i picchi, quelli non si possono prevedere e si farà al momento). Prima o poi nel mio peregrinare troverò un angolo in cui ritirarmi in silenzio. Senza desiderio di possesso, senza debiti, senza eccessive illusioni. Senza.

Lasciamo che l’inverno si concluda. La mia avversione al freddo e al buio non si è mai attenuata. Chiudo la porta per un po’, nessuno bussa. Un tempo ci speravo. Adesso mi da’ fastidio anche il postino. Che non passa mai, comunque. È tutto virtuale, vero?

Save

Save

Cose da fare di prima mattina

Faquharson

I sani rituali mattutini. Ci svegliamo, non pensiamo. Il caffé sul fuoco, poi la doccia calda. I vestiti stanchi. L’autobus assonnato. Come in un film, uno di quei tristi film francesi. Ci si chiede il perché. Io me lo chiedo spesso, non sempre. A volte la mente entra in automatico. Finché.
Finché tutto si ferma perché il fiume ristagna. Finché la melodia esaurisce le note e non riesce a diventare sinfonia. E ogni mattina diventa una pagina bianca. Con quel dilemma, sempre: se continuare a imbrattare lo spazio vuoto e la pagina bianca di parole vacue. Se continuare, con fatica, a trovare le parole giuste. In mezzo al rumore. Appesantiti dal passato, dalla pioggia incessante, dai desideri impossibili di piaceri terreni.
Poi capita. Non un’illuminazione, perché a trovare il mio buddha interiore ancora ne devo fare di strada, ancora ne devo respirare di silenzio, ancora ne devo assorbire di voci amiche. No, semplicemente un’intuizione. Si intuisce che la vita richiede diversi rituali.
Che le parole devono diventare tante, e in lingue diverse. Love thyself and thy life.
Chiudi gli occhi, piccola donna in un corpo fragile. Lì fuori c’è la distesa infinita della tua mente. Stringi i pugni e ricomincia, ancora una volta.
Ancora una volta cerca un approdo. Scrivi.

Buon Non-Natale

chelovek-doroga-noch-luna

A tutti quelli che sono rimasti ai blocchi di partenza.
A tutti quelli che credevano ad una vita da Mulino Bianco e adesso sono pure intolleranti ai derivati del grano.
A tutti quelli hanno sbagliato, sbagliano e sbaglieranno ancora. E non possono farne a meno.
A tutti quelli che si sentono in colpa perché sono convinti di essere la causa di tutto, incluso il riscaldamento globale planetario e l’estinzione del dodo e della tigre siberiana.
A tutti quelli che, come me, ci credevano, ci credevano davvero, ci volevano disperatamente credere e adesso si ritrovano agnostici. Anzi, atei.
A tutti quelli che sono rimasti così scottati che adesso ci vanno cauti anche con l’acqua fredda.
A tutti quelli che hanno paura. Che hanno provato a essere coraggiosi ma sono stati travolti dalla tempesta. E continuano ad avere una paralizzante paura.
A tutti quelli che hanno provato ad essere forti ma si sono spezzati una, due, tre e più volte. E si sono ricostruiti. Sempre.
A tutti quelli che vivono tra le macerie, quelle dei palazzi costruiti sui e demoliti dai bulldozer dei no.
A tutti quelli che hanno preso una carta dal mazzo delle Probabilità, hanno beccato quella che ti fa andare a Viale dei Giardini senza passare dal Via, ovviamente non possedevano Viale dei Giardini e l’avversario ci aveva costruito sopra pure un albergo.
A tutti quelli che hanno sbattuto contro troppi muri perché guardavano all’insù per rincorrere i propri sogni. E si sono fatti male.
A tutti quelli che hanno perso tutti i treni, autobus, aerei e gli si è pure fuso il motore dell’auto. E si sono attaccati al tram.
A chi è partito vent’anni fa con una valigia e si è ritrovato vent’anni dopo con la stessa valigia e solo qualche pila di libri in più.
A tutti quelli che vorrebbero espatriare, emigrare, ritornare e sono ancora senza radici.
A tutti quelli che, pur essendo pacifisti, si ritrovano loro malgrado coinvolti in guerre.
A tutti quelli che come cretini piangono ancora davanti ai film che le televisioni ci propinano in questo periodo.
A tutti quelli che riescono ancora a piangere. E a sorridere. A volte.
A tutti quelli che dormono soli. E non perché russano.
A tutti quelli che hanno scritto, scrivono e scriveranno. Perché scrivere ci salva la vita.
A tutti voi. A tutti noi, che non compriamo, non consumiamo, non cuciniamo, non addobbiamo, non sorridiamo a tutti in modo ipocrita.
Tenete duro, le festività finiranno tra pochi giorni. Poi, altri dodici mesi verranno, altalenanti tra speranze e scommesse. Peccato che non vinciamo mai.

Buon Non-Natale. Questo giorno tanto non ci appartiene. Regaliamoci la libertà di detestarlo.

Nota dell’autore: questo scritto apparve qualche anno fa. Creato in un momento in cui tutto era difficile. Così difficile da sembrare insormontabile. Poi, si sa, la vita. È rimasta difficile ma adesso più accessibile a chi è abituato a viaggiare da solo. Nonostante ciò il Natale rimane il giorno meno sentito dell’anno per chi non vive secondo gli standard. Per chi è incespicato troppe volte.
Questo è il motivo per cui queste parole, originate in un altro luogo virtuale defunto, come è defunto il mio passato, trovano adesso posto in questo diario precario. Fatto di fantasie. Che non pretende celebrazioni.

Settima ora

Kean_Katherine_BetweentheDrops-479x357

Sono egoista. Vorrei tutto dopo anni di niente. Spesso mi alzo la mattina in preda a un narcisistico desiderio di possesso.
Famiglia, lavoro, le tue braccia che mi avvolgono nei momenti più bui, amicizie, il loro profumo in casa, la tavola imbandita e rumorosa. La vita insomma. Vorrei tutto.
Senza rendermi conto che il mio poco è giù moltissimo. Un universo intero.

Panta rei

529473_513540818709879_106183801_n

Ah com’è difficile trovare un approdo. Quando la navigazione non accenna a rallentare, mai. Com’è difficile fermarsi e trovare i punti fermi. E allora ci provo.
Provo a pensarmi esattamente un anno fa. A immaginarmi com’ero, tra scatoloni riempiti frettolosamente e rigorosamente da sola nei ritagli di tempo che dodici ore di lavoro quotidiano mi lasciavano. E attorno a me ritrovavo un deserto. Finirà mai tutto ciò? Mi chiedevo nella disperazione della stanchezza.
No, che non finisce. Tutto scorre, vero? Non finisce, ma si trasforma e diventa, a volte, pace. Come adesso, che mi concedo il lusso di questa scrittura arrugginita e impolverata.
Un anno è passato, difficile, faticoso come tanti, tanti altri. E mi ritrovo qui in una confortevole quiete, che mai avrei potuto immaginare. In un annoiato e languido pomeriggio.
Ma non è finito qui. Questo ho imparato. Ci saranno altri scatoloni, altri dolori, altri abbandoni.
Ho imparato a non sperare ma a prendere ciò che arriva. A non rassegnarmi ma ad accontentarmi. Ad amare senza voler possedere. A lasciar andare chi non vuole rimanere.
E il passato. Ho imparato che rimane sempre con te, controcorrente con le filosofie consolatorie che mal si addicono a noi occidentali deterministi e atei. Non si dissolve il passato ma lo si può osservare con un placido distacco. Pensare: ecco cos’ero dodici mesi fa, un individuo senza meta e senza pasti regolari. E sorridere, anzi ridere in modo isterico perché la consapevolezza che che si ripeterà again and again and again ci dà l’adrenalina necessaria a manovrare il timone.
Questo è un autunno di pace. Temporanea, come tutto. Ma pace. Ovattata e senza pretese. Senza eccessive lamentele. Senza eccessivi sforzi, a orario ridotto e a spese contenute. Senza eccessive aspettative e con pochi sogni essiccati tra le pagine di un libro.
Mi concedo il lusso di ricominciare a scrivere, mentre le foglie ingialliscono e aspettano la prossima giornata di vento alpino per ricoprire i marciapiedi.
Ecco l’approdo. Un vecchio diario virtuale che ha cambiato cento facce, cento volte è morto e cento volte rinato, anche lui vittima dell’interminabile samsara che tutti ci accomuna. Il nostro ciclo di perdite e acquisizioni. La vita che si spopola e si riempie a ritmi regolari. Le nostre necessarie maree.
E se l’estate mi attira a sud verso paesaggi e climi mediterranei, da sempre l’autunno sposta il mio magnete esistenziale verso nord. Lì rimarrò ancorata con la mente tranquilla, tra una marea e l’altra. Tra una parola scritta e un desiderio sussurrato.
Ma è un approdo temporaneo.

Mishmash

Red Dress

Qualche tempo fa – non dico quando perché io aborro le celebrazioni e di tutte questa era la peggiore – passavo il mezzo secolo. Era una giornata torrida e per pura coincidenza (quasi quasi un fato festaiolo si fosse accanito contro la mia musaggine ed ostinata allergia verso qualsiasi sprazzo di allegria organizzata) mi ritrovavo la giornata priva di impegni di lavoro e venivo catapultata in un festoso music festival – per due giorni consecutivi, strenuo tour de force da cui mi sono ripresa qualche tempo dopo – dalla figlia adolescente ed energetica, fino a notte inoltrata (o almeno così definisco, nella mia visione anziana del fare tardi, mezzanotte e mezza).
Divorata da resilienti zanzare ma allo stesso tempo divertita dalla buona musica e stranamente isolata per qualche ora dalle preoccupazioni quotidiane, mi sono, inevitabilmente, lasciata andare a riflessioni.
Riflessioni. Che non faccio più perché non ho tempo. Perché le trovo inconcludenti e inutili. Come la mia scrittura. Che non pratico più, o almeno avevo deciso di lasciare nel dimenticatoio dei miei sogni di lussi (si fa per dire) passati finché qualcuno, alle soglie del mio semicentenario, candidamente mi ha chiesto “Perché?”. Già, perché?
Perché ho lavorato e basta, rispondevo io con la solita autoafflizzione, perché dovevo mettere le mani su un qualsiasi presente (passato e futuro sono concetti senza significato per me) da condividere con i miei figli. Dovevo consolidare qualcosa.
“Dovevi?” la solita voce querrula chiedeva perplessa. Già. Dovere. Mai piacere. Come questo angolo di scrittura, come questa pagina elettronica di mishmash sperimentale, io che mi atteggiavo a creativa senza speranze, fino a che, nel solito mese torrido tradizionalmente passato a colpi di autocommiserazione sulle gengive, si è abbattuta la scadenza delle cinque decadi.
Ma un attimo, riprendiamo: riflessioni dicevo. E il concerto. Ah già, ho perso un po’ il filo, scusate l’età. Le riflessioni sul perché non ho accennato a nulla e a nessuno. E perché ne parlo solo ora che mi sento al sicuro, a scadenza conclusa e passata.
Le motivazioni sono le solite. Perché celebrare un fallimento di vita? Mi sono sempre ripetuta a mantra. Il fallimento del mio concetto piccoloborghese di vita. Quella vita piccola piccola che mi ero immaginata, io che non l’avevo mai avuta, quella famiglia da mulino bianco, me l’ero costruita senza fondamenta. Non sapevo come, non avevo capacità progettuali, anni di terapia hanno così giustificato i miei errori. Giustificato, bada, ma mai perdonato. La psicoanalisi non ammette perdono. Per cui, quando si è sbriciolato tutto che manco un uragano del nord-est avrebbe saputo fare meglio, ho raccolto le responsabilità, lasciato indietro tutto il resto e sono andata avanti. In qualche modo. E ci ho messo anni. Non so neppure quanti. Anni e decenni, a capire che il concetto di vita relazione con cavalier servente-aperitivo e cinema il sabato-vacanzina al mare con fidanzato/marito/figli-amiche affettuose che ti guardano il gatto e ti portano i biscotti quando stai male-lavoro stabile tredicesima e ferie non era per me.
Non chiedetemi perché. Non è successo. E nella musica forte e gioiosa, ecco la peak experience: non avrebbe potuto essere altrimenti. Perché io sono io. Non sono nata in una famiglia estesa, e le paure che mi porto appresso sono quelle che mi fanno e plasmano come sono. E se non avessi questo vissuto non sarei io. Semplicemente.
Non è cambiato molto, da quella riflessione. Spesso ricado nelle mie recriminazioni quotidiane. Un cavalier servente che mi aiuti con la spesa, di tanto in tanto, non mi dispiacerebbe. Vabbé, se sono troppo stanca pago il supermercato che mi porti la roba a casa. Non mi dispiacerebbe neppure qualcuno che rassicuri le mie ataviche paure di non farcela, the odd time. Ma ho imparato molto presto da bambina l’arte dell’autoconsolazione. Pare che i figli unici di genitori problematici siano maestri in materia. E soprattutto, non mi dispiacerebbe qualche vacanzina al mare, nulla di che, qualche giorno sdraiata sotto un ombrellone a contemplare la beata inutilità di un sublime momento piccoloborghese.
Lussi così. Ricomincio dunque a sperimentare con le mie parole confuse. Di tanto in tanto, queste pagine non sono un diario ma un pasticciaccio brutto. Mi è stato detto di trovarmi un hobby, di lavorare di meno che tanto ormai precaria cronica rimango. Tanto vale giocare un po’. Non pensare al futuro, massantocielo il futuro non esiste. Le cinque decadi che mi trascino appresso invece sì. Pesante fardello di contraddizioni, pentimenti, errori e ripensamenti.
Ma sono sopravvissuta. Sono ancora qui. E vaffanculo tutto il resto.

Timori

autumn-john-atkinson-grimshaw
La stagione passata, ma neanche venuta, lascia il suo strascico. C’è chi li chiamerebbe timori. L’ennesimo salto. L’ennesima, solita pagina che gira, spinta dal vento. Ma questo libro sembra non avere mai fine.
E ci sei tu adesso, tra nuovi paragrafi, capitoli e illustrazioni. Che mi dici di scacciare i timori.
Non è così semplice correre coi lupi. Quando hai avuto paura tutta la vita. Mi dici di correre, che ho gambe e fiato, e un cuore che pulsa come un cronometro. Ma io ancora non ci credo. Io ancora non mi credo.
Eppure corro. Perché quando mi sono fermata, in passato, ho rischiato di morire. Eppure corro, pur desiderando la routine. Corro perché so che la sosta potrebbe essere fatale. Perché dietro alla prossima curva potrebbe esserci il nulla. Perché dopo tutti questi decenni non ho ancora trovato ciò che cercavo.
So che non lo troverò mai. So che la ricerca è fine a se stessa. L’unico modo in cui noi malati di inquietudine riusciamo a vivere. Esaltati di inappentenza e insonnie.
A volte mi sento stanca però, ti dico. Lo so, mi rispondi. Noi siamo condannati alla nostra stanchezza.
Il cielo si apre, chiarezza inaspettata. Lo stomaco si chiude, ancora una volta. Il respiro si restringe. Ma è la stagione che cambia. Cambia sempre.