Lei, che appendeva i silenzi alla finestra.

https://i0.wp.com/artgallery.com.ua/pics/56/inet/002.jpg

C’era un silenzio per ogni momento della sua vita. Un silenzio per ogni occasione d’amare perduta, erano silenzi bianchi. Un silenzio per ogni ruga, quelli erano di colore scialbo. Un silenzio per ogni livido, ognuno di questi era violaceo. Li appendeva alla finestra, come panni. Sperava che qualcuno li vedesse. Ma i silenzi erano invisibili. Solo lei li notava.
Non le importava. Li appendeva al vento comunque e li guardava svolazzare. Il silenzio di quando si guardava allo specchio con disgusto. Quello ad esempio non aveva neanche un colore. O il silenzio di quando riempiva il suo vuoto con il cibo ingozzato a caso e in piedi, dato che ormai non si sedeva più a tavola. Aveva un colore rosso e sguaiato. C’era anche il silenzio dei suoi digiuni, quello dal colore acido e sabbioso.
Il silenzio nero delle notti buie e solitarie. Anche quello appendeva ogni mattina, nella speranza che si schiarisse al sole. Ma sempre nero appariva.
Poi c’era il silenzio vero. Quello che ti circonda dovunque quando non hai nessuno con cui parlare. Quello era un silenzio multicolore e totalizzante.
Per ogni decennio di solitudine sulle sue spalle, c’era un altro silenzio. Quelli erano i silenzi permanenti ed avevano colori spenti.
Si guardava attorno camminando da sola per le strade e vedeva tutti questi silenzi appesi ad ogni finestra. Le strade le apparivano multicolori. I silenzi delle lacrime, notava, erano spesso azzurri. Erano quelli più comuni: grandi fogli azzurri a ogni finestra. Interessanti erano i silenzi dei rancori. Quelli erano mutevoli e cambiavano colore a seconda della finestra a cui appartenevano.
I silenzi delle rinunce erano a colori sgargianti. I silenzi della sofferenza fisica, invece, grigi e tristi.
Pensò di tornare a casa e di appendere altri silenzi prima di andare a dormire nel suo letto vuoto. Il silenzio delle parole mai pronunciate, che aveva una sfumatura dorata. Il silenzio dei telefoni che non suonavano, quello era blu scuro. Il silenzio della nausea che la perseguitava, giallastro. Avrebbe appeso anche il silenzio dei desideri repressi: un silenzio verde scuro ed amaro.
Ogni momento di ogni giornata si dilettava a decorare la sua finestra. Ma nessuno li vedeva, quei teli colorati che si agitavano alla brezza degli inganni. Solo lei aveva questo dono. Solo lei vedeva che tutti avevano panni da appendere. E non poteva farci nulla. Perché i silenzi non comunicano. Perché i silenzi sono, alla fine, solo silenzi.
Appoggiò la testa sul cuscino e si lasciò andare all’illusione che qualcuno potesse amarla, un giorno. Davvero, senza finzioni o inganni.
Quello era il silenzio più grande di tutti, di un colore indefinibile. Il silenzio che non aveva il coraggio di appendere.

(pubblicato la prima volta il 9 ottobre 2010)

Annunci

Voleva solo andare al cinema

annabella

Annabella, ma che buffo nome le avevano dato, perché lei non si sentiva bella. Soprattutto ora da quando passava le sue giornate a pulire gli appartamenti dei riccastri. Le detestava quelle donne griffate che non avevano nulla da fare se non sfoggiare il loro benessere da mantenute. Un lavoro dopo l’altro, precario e irrisorio, per pagarsi l’affitto, le bollette e nient’altro. Aveva un solo vestito decente, quel vestito viola che non metteva mai. D’altronde, dove sarebbe dovuta andare?
Annabella, ma bella mica tanto, troppo magrina troppo piccolina, ma brava a letto le dicevano, quei letti che inseguiva con la determinazione autodistruttiva di chi non crede nel suo nome.
Eppure lei voleva solo andare al cinema. La passione per il cinema, l’unica rimasta, che coltivava stanca nel suo appartamentino vuoto la sera, guardando dvd di vecchi film e piangendo da sola. Solo i film la facevano piangere. Neanche quando il figlio se n’era andato sbattendo la porta e chiamandola puttana aveva pianto. La chiamavano così in molti.
Soprattutto gli uomini i cui letti frequentava.
Laura la chiamava spesso. La chiamava di mattina, prima che lei uscisse per andare a pulire i cessi delle donne ricche. Loro erano le puttane. Annabella guardava il cellulare e sospirava, sperava fosse uno di quegli uomini che l’aveva fatta rivestire e l’aveva riaccompagnata alla porta il giorno prima. Non la richiamavano mai.
E allora non rispondeva. Non rispondeva alla sua unica amica che le avrebbe chiesto, come sempre “perché l’hai fatto ancora?”.
Perché volevo andare al cinema. E lui non mi ci ha portato. Mi ha portato a letto, invece.
E nell’appartamentino freddo si avvolgeva nella coperta e piangeva guardando Casablanca e Colazione da Tiffany.
Poi ci ricadeva. Gli uomini la rimorchiavano su Internet. Su Internet era meglio, metteva le foto che voleva. Poi la incontravano, la guardavano e un po’ rimanevano delusi, si notava. Ma a letto era brava, almeno così le dicevano.
Perché si innamorava.
Questa era una variabile impazzita, loro non se lo aspettavano. Non si aspettavano che Annabella gli dicesse poi ti amo. Non sapevano che rispondere, li spiazzava.
Io non ti ho chiesto di innamorarti. Non ti ho chiesto nulla.
Solo sesso, già.
Lei invece avrebbe voluto che la portassero al cinema. Non a letto, al cinema. Che le consentissero di piangere sulla loro spalla. E le offrissero un gelato, dopo. E la riaccompagnassero a casa senza chiederle di salire. E la richiamassero il giorno dopo, solo per fare due chiacchere. Per chiederle come stava.
Perché lei a quegli appuntamenti si sarebbe messa il vestito viola. E magari anche una spilla tra i capelli. Si sarebbe guardata finalmente allo specchio.
Ma invece guardava troppi film. Glielo dicevano tutti, guardi troppi film. Quegli uomini esistono solo nei copioni, la rimproverava Laura. Oppure sono già impegnati, non vanno a cercare le Annabelle di turno che si innamorano troppo in fretta.
Non chiamarmi più, aveva scritto all’amica. Queste cose non ho bisogno di saperle.
Nelle giornate che si ingrigivano, sempre più preferiva inseguire i suoi pensieri cercando di disintossicarsi dal bisogno d’amore. Avrebbe voluto essere un uomo, a volte. Riuscire a cancellare tutto con un colpo di spugna e proseguire. Magari un uomo in carriera. Uno di quelli alti, che tutti rispettano, con la giacca e la cravatta. Uno di quelli che, magari dopo un paio di divorzi da donne abbienti, si andava a cercare in giro gli zuccherini per addolcirsi la vita, senza dover chiamare nessuno il giorno dopo. Senza la necessità di innamorarsi. Senza la necessità di aspettare davanti a un telefono, sperando che squillasse. E il telefono non squillava mai.
A parte quella sera. Ma era Laura.
Decise comunque di rispondere, d’altronde non aveva altro da fare. Rimase un attimo in silenzio, respirava piano.
“Non va, eh?” le chiese l’amica dall’altro capo. Annabella si limitò ad annuire, come se lei la potesse vedere. E l’amica la vide.
“Preparati, ti porto al cinema. Offro io.”
Annabella continuò a non dire nulla perché non sapeva cosa dire. Non aveva una risposta pronta, perché un’evenienza così non le era mai capitata. Ma l’interlocutrice sapeva che questo era un dialogo. Sapeva che quello era un annuire.
“Mettiti il vestito viola, non ti azzardare a uscire con me vestita di stracci. E truccati. Il rossetto, non ti dimenticare il rossetto. Passo tra mezz’ora.”
Riattaccò. Andò in camera da letto a cambiarsi, si muoveva inconsapevole, quasi un’automa.
Poi, incrociò lo specchio. Si guardò.
Sono troppo magra per quel vestito? Pensò. Sorrise.
Decise che andava bene così.

(scritta nel giugno 2011)

Riprese e ricorsi

willink

Avrei così tanto voluto scrivere di altro, non della mia -nostra- solita faticosa precarietà. Non di questa pioggia incessante che cade violenta sull’ennesimo lunedì trascorso ad arrampicarsi su specchi e muri.
Di come passano gli anni, volevo scrivere. Di come passano i treni, gli amanti, le vicissitudini. I mesi. Giorni. Ore.
Eppure, ciclicamente, si riprende un sogno interrotto. Un appunto abbandonato di due anni prima. Sempre lo stesso tema. Un amore sacrificato sull’altare di questa vita caotica e senza routine. Un progetto lasciato ad arrugginire sotto la pioggia battente di questo lungo inverno che dura da anni.
Un lavoro mai inseguito perché non si aveva tempo.

Si riprende ad appuntare su vecchi taccuini, sparsi qui e là. Dimenticati in cassetti che non si pensava più di avere. Camuffati da scelte, i nostri errori si allineano davanti agli occhi. Così come l’impossibilità di vivere come si vorrebbe. Lavoro, affetti, famiglia: l’utopia del terzo millennio. La costante e precaria scalata verso la serenità. Che ci compete, in quanto essere umani. Uomini post-moderni che ci struggiamo nel superfluo.
Tutto passa, davanti agli occhi.

Poi c’è questa dura corazza, ben spessa, che protegge.
E si torna a vivere.

Aeroporti


Gli arrivi sono la parte più dura.
Quando esci dai cancelli e non c’è nessuno. Quando ti aggiri per l’odiosa folla dei riceventi. Di quelli che abbracciano e accolgono. Li detesti, ti scopri invidiosa bambina.
Ti ritrovi, infatti, bambina. Stizzosa, e dalla lacrima facile.
Vorresti che qualcuno ti tenesse per mano e di conducesse nei labirinti dei gate e dei punti di check-in. Tra gli addetti alla sicurezza e i negozi di falso-duty free.
Le partenze no, le partenze portano un’aspettativa. Consentono di fuggire da un addio. Inoltre, le partenze hanno un arrivo.
Il momento più crudele.
Perché tu credi che il viaggio sia finito e invece è appena iniziato. E non è una vacanza, non lo è mai. Quando trovi il vuoto, all’arrivo, non è mai una vacanza, un viaggio d’avventura. Gli esploratori trovano in genere il mondo ad aspettarli. Neppure una persona specifica: tutti. La folla dei riceventi è per loro. Per loro è la città d’arrivo, i mezzi di trasporto, le strade, gli eventi metereologici.
Ma quando esci dai cancelli e non trovi nessuno capisci di non essere un’esploratrice. Capisci che non stai neppure viaggiando. Sei ferma lì, incastrata nei tuoi eventi passati. Claudicante in un presente insostenibile. E il futuro? Beh, quello, non c’è. Per semplice definizione.
E lo sai. Ne sei cosciente che non si può vivere come un’eterna ragazzina. Lo sai.
Sai che il giorno in cui ci sarà qualcuno ad aspettarti al tuo arrivo, dietro a quelle porte automatiche, capirai che il peggio è passato.

E in questa fredda notte si ripercorrono gli stessi pensieri

Buon Non-Natale

A tutti quelli che sono rimasti ai blocchi di partenza.
A tutti quelli che credevano ad una vita da Mulino Bianco e adesso sono pure intolleranti ai derivati del grano.
A tutti quelli hanno sbagliato, sbagliano e sbaglieranno ancora. E non possono farne a meno.
A tutti quelli che si sentono in colpa perché sono convinti di essere la causa di tutto, incluso il riscaldamento globale planetario e l’estinzione del dodo e della tigre siberiana.
A tutti quelli che, come me, ci credevano, ci credevano davvero, ci volevano disperatamente credere e adesso si ritrovano agnostici.
A tutti quelli che sono rimasti così scottati che adesso ci vanno cauti anche con l’acqua fredda.
A tutti quelli che hanno paura. Che hanno provato a essere coraggiosi ma sono stati travolti dalla tempesta. E continuano ad avere una paralizzante paura.
A tutti quelli che hanno provato ad essere forti ma si sono spezzati una, due, tre e più volte. E si sono ricostruiti. Sempre.
A tutti quelli che vivono tra le macerie, quelle dei palazzi costruiti sui e demoliti dai bulldozer dei no.
A tutti quelli che hanno preso una carta dal mazzo delle Probabilità, hanno beccato quella che ti fa andare a Viale dei Giardini senza passare dal Via, ovviamente non possedevano Viale dei Giardini e l’avversario ci aveva costruito sopra pure un albergo.
A tutti quelli che hanno sbattuto contro troppi muri perché guardavano all’insù per rincorrere i propri sogni. E si sono fatti male.
A tutti quelli che hanno perso tutti i treni, autobus, aerei e gli si è pure fuso il motore dell’auto. E si sono attaccati al tram.
A chi è partito vent’anni fa con una valigia e si è ritrovato vent’anni dopo con la stessa valigia e solo qualche pila di libri in più.
A tutti quelli che vorrebbero espatriare, emigrare, ritornare e sono ancora senza radici.
A tutti quelli che, pur essendo pacifisti, si ritrovano loro malgrado coinvolti in guerre.
A tutti quelli che come cretini piangono ancora davanti ai film che le televisioni ci propinano in questo periodo.
A tutti quelli che riescono ancora a piangere. E a sorridere. A volte.
A tutti quelli che dormono soli. E non perché russano.
A tutti quelli che hanno scritto, scrivono e scriveranno. Perché scrivere ci salva la vita.
A tutti voi. A tutti noi, che non compriamo, non consumiamo, non cuciniamo, non addobbiamo, non sorridiamo a tutti in modo ipocrita.
Tenete duro, le festività finiranno tra pochi giorni. Poi, altri dodici mesi verranno, altalenanti tra speranze e scommesse. Peccato che non vinciamo mai.

Buon Non-Natale. Questo giorno tanto non ci appartiene. Regaliamoci la libertà di detestarlo.

(Scritto esattamente 2 anni fa in un momento di grande solitudine ed estremo isolamento. Il pensiero rimane lo stesso, identico e permarrà finché vivo. Tuttavia ho conquistato la mia solitudine ed ora ne gioisco. Ho sconfitto l’isolamento che rimane e rimarrà per sempre cosa di quel passato inutile. Mi permetto di non celebrare e di giore invece del riposo. Ritrovo persone che mi porteranno serenità seppur per un attimo. Ma ormai vivo di attimi, e faccio sì che mi appaghino.)

Samhain ovvero il novembre dell’anima

Non festeggio i morti ne’ i capodanni celtici, ne’ la banshee che si aggira in queste notti piovose autunnali a carpire le nostre anime consumistiche. Osservo solo una fredda settimana, che è stata un lungo fluire di pioggia e di tempesta dappertutto, ed il pianeta si è trovato unito nell’inondazione. Una globalizzazione marina di acque alte.
Non celebro questo lungo fluire di gente che non appartiene più al mondo se non nel suo vissuto collettivo. Calpestato dai beni di facile consumo.
Un tempo c’erano gli avi. Adesso ci sono le mode americane.
Da venti anni a questa parte questa è stata la prima sera senza zucca intagliata. Passata ad ascoltare il cadere incessante della pioggia. Che tutto lava, che tutto inonda.
La pioggia si è poi dissolta, evaporata. Ai raggi di questo sole che ora scalda il novembre della nostra anima.
Esco, con la determinazione di camminare piano e a lungo. Un proposito di vita.

Ci infrangiamo

Siamo onde, non capiamo. Ci infrangiamo, dissolviamo, dissipiamo. Viviamo di prigioni, di passioni. Sussurriamo, non urliamo. Soffriamo sugli scogli, sublimiamo le lacrime come foschia invernale e godiamo delle nostre correnti costanti. Incongruenti e planetarie. Che mai si fermano, perché a livello molecolare siamo una folla.
Siamo per nascita l’antitesi della solitudine, generati per unire le nostre mani e le nostre maree. Un unico oceano, un’unica anima indistinta. Troviamo quiete sulla battigia ma solo per un istante. Le nostre creature ci reclamano.
Siamo mare, siamo profondità indistinte. Siamo. Un unico plurale.
E incredibilmente viviamo.