Cuore elastico

jim dineL’uno e l’altra. Il cuore e la vita. Si avvolgevano l’una attorno all’altra. E il cuore si estendeva.
Non aveva scelta. Gli occhi correvano seguendo il percorso. Cambiavano colore. La pelle ora soffice ora stanca. Ed il respiro, un soffio. A volte affannato. A volte sommerso dal sonno. E non aveva scelta. Se non quella di modificarsi. Adattarsi. Riciclarsi. Rejuvenate. Riprendersi gli anni persi, accartocciarli e poi. Lanciarli lontano.
Si allungava, si rimpiccioliva. Si allargava a dismisura il cuore. La mente cercava momenti di quiete, eppure… fuggiva dalla noia, non sopportava i momenti di silenzio, non capiva la meditazione, temeva l’oblio. Lei, che era una contraddizione in se’, cercava di sbrigliare le matasse del suo vissuto. Quel bandolo, l’aveva: la certezza che non era sempre stata umana. Non erano i suoi geni a dirglielo, cassaforte di milioni di anni di cammino sulla Terra. Semplicemente sapeva. Da come si adattava, da come diventava territorio, acqua o roccia che fosse. Da come cambiava forma, il cuore.
Ora batteva e in quel momento, preciso momento, era viva.
In quell’unico momento.

Mishmash

Red Dress

Qualche tempo fa – non dico quando perché io aborro le celebrazioni e di tutte questa era la peggiore – passavo il mezzo secolo. Era una giornata torrida e per pura coincidenza (quasi quasi un fato festaiolo si fosse accanito contro la mia musaggine ed ostinata allergia verso qualsiasi sprazzo di allegria organizzata) mi ritrovavo la giornata priva di impegni di lavoro e venivo catapultata in un festoso music festival – per due giorni consecutivi, strenuo tour de force da cui mi sono ripresa qualche tempo dopo – dalla figlia adolescente ed energetica, fino a notte inoltrata (o almeno così definisco, nella mia visione anziana del fare tardi, mezzanotte e mezza).
Divorata da resilienti zanzare ma allo stesso tempo divertita dalla buona musica e stranamente isolata per qualche ora dalle preoccupazioni quotidiane, mi sono, inevitabilmente, lasciata andare a riflessioni.
Riflessioni. Che non faccio più perché non ho tempo. Perché le trovo inconcludenti e inutili. Come la mia scrittura. Che non pratico più, o almeno avevo deciso di lasciare nel dimenticatoio dei miei sogni di lussi (si fa per dire) passati finché qualcuno, alle soglie del mio semicentenario, candidamente mi ha chiesto “Perché?”. Già, perché?
Perché ho lavorato e basta, rispondevo io con la solita autoafflizzione, perché dovevo mettere le mani su un qualsiasi presente (passato e futuro sono concetti senza significato per me) da condividere con i miei figli. Dovevo consolidare qualcosa.
“Dovevi?” la solita voce querrula chiedeva perplessa. Già. Dovere. Mai piacere. Come questo angolo di scrittura, come questa pagina elettronica di mishmash sperimentale, io che mi atteggiavo a creativa senza speranze, fino a che, nel solito mese torrido tradizionalmente passato a colpi di autocommiserazione sulle gengive, si è abbattuta la scadenza delle cinque decadi.
Ma un attimo, riprendiamo: riflessioni dicevo. E il concerto. Ah già, ho perso un po’ il filo, scusate l’età. Le riflessioni sul perché non ho accennato a nulla e a nessuno. E perché ne parlo solo ora che mi sento al sicuro, a scadenza conclusa e passata.
Le motivazioni sono le solite. Perché celebrare un fallimento di vita? Mi sono sempre ripetuta a mantra. Il fallimento del mio concetto piccoloborghese di vita. Quella vita piccola piccola che mi ero immaginata, io che non l’avevo mai avuta, quella famiglia da mulino bianco, me l’ero costruita senza fondamenta. Non sapevo come, non avevo capacità progettuali, anni di terapia hanno così giustificato i miei errori. Giustificato, bada, ma mai perdonato. La psicoanalisi non ammette perdono. Per cui, quando si è sbriciolato tutto che manco un uragano del nord-est avrebbe saputo fare meglio, ho raccolto le responsabilità, lasciato indietro tutto il resto e sono andata avanti. In qualche modo. E ci ho messo anni. Non so neppure quanti. Anni e decenni, a capire che il concetto di vita relazione con cavalier servente-aperitivo e cinema il sabato-vacanzina al mare con fidanzato/marito/figli-amiche affettuose che ti guardano il gatto e ti portano i biscotti quando stai male-lavoro stabile tredicesima e ferie non era per me.
Non chiedetemi perché. Non è successo. E nella musica forte e gioiosa, ecco la peak experience: non avrebbe potuto essere altrimenti. Perché io sono io. Non sono nata in una famiglia estesa, e le paure che mi porto appresso sono quelle che mi fanno e plasmano come sono. E se non avessi questo vissuto non sarei io. Semplicemente.
Non è cambiato molto, da quella riflessione. Spesso ricado nelle mie recriminazioni quotidiane. Un cavalier servente che mi aiuti con la spesa, di tanto in tanto, non mi dispiacerebbe. Vabbé, se sono troppo stanca pago il supermercato che mi porti la roba a casa. Non mi dispiacerebbe neppure qualcuno che rassicuri le mie ataviche paure di non farcela, the odd time. Ma ho imparato molto presto da bambina l’arte dell’autoconsolazione. Pare che i figli unici di genitori problematici siano maestri in materia. E soprattutto, non mi dispiacerebbe qualche vacanzina al mare, nulla di che, qualche giorno sdraiata sotto un ombrellone a contemplare la beata inutilità di un sublime momento piccoloborghese.
Lussi così. Ricomincio dunque a sperimentare con le mie parole confuse. Di tanto in tanto, queste pagine non sono un diario ma un pasticciaccio brutto. Mi è stato detto di trovarmi un hobby, di lavorare di meno che tanto ormai precaria cronica rimango. Tanto vale giocare un po’. Non pensare al futuro, massantocielo il futuro non esiste. Le cinque decadi che mi trascino appresso invece sì. Pesante fardello di contraddizioni, pentimenti, errori e ripensamenti.
Ma sono sopravvissuta. Sono ancora qui. E vaffanculo tutto il resto.

Perseidi

BeFunky_stelle_aa.jpg

Ho provato a guardare il cielo. Tra la luna e le nuvole. Nel silenzio quasi totale di una provincia abbiente e abbandonata.
E non ho trovato strisce luminose. Non le trovo mai. Ma ho visto i pipistrelli ed ho provato a immaginare questo pianeta che si getta, con tutta la velocità consentita dalle leggi della fisica, in mezzo ad uno sciame di meteore. E ho goduto l’ebbrezza e l’euforia di questa corsa. Perché ne siamo tutti parte.
Basta trovare un senso.
Di desideri, non ne ho espressi. Li ho tutti con me, gran parte di essi esauditi. Poco mi manca per dire: ho avuto più di ciò che avrei potuto immaginarmi. Certo, ci sono i sogni. Quelli li lasciamo per altre vite, altre occasioni.
Stasera, non c’è molto da scrutare. Ti avrei voluto vicino ma so che sei con me in questa folle corsa, e mi consola. Siamo un po’ tutti Perseidi. Meteore fuggenti, passeggere, scintille in uno sciame di altre luci.
Alla Terra non importa: lei corre. Non saranno le nostre esitazioni a fermarla.
Tra qualche ora è un nuovo giorno. Vedi? Esitare non serve.

Si arranca un po’

dancing-in-the-rain-oil-canvas

Si arranca un po’. È la stanchezza, dicono. Altri imputano questo zoppicamento esistenziale alle piogge costanti. Eppure dovresti esserci abituata. Già. A che cosa? Alle corse a ostacoli o alla mancanza di estati?
Forse era meglio prima. Prima quando? Chiedo alla mia vocina che mi tormenta quando invece dovrebbe consolarmi. Prima. Quando non c’erano sogni. Quando lasciavi che tutto ti scorresse addosso. Quando avevi imparato a subire ben protetta dalla tua corazza.
Già. Adesso che la corazza si è disintegrata, adesso stupida donna cosa farai?
Adesso che hai re-imparato ad amare senza costrizioni, a odiare, scalciare, accarezzare, sussurrare, gridare, correre, saltare, graffiare, mordere, baciare, piangere a singhiozzi, ridere forte. Cosa farai adesso, stupida donna?
Non li avevi visti quegli ostacoli?
Taci. Tacete tutti. No, non li avevo visti. Ero troppo impegnata a danzare nella pioggia. Ti eri dimenticata della tua fragilità? No. La mia fragilità è la mia forza.
So che tutto finirà un giorno, perché l’unica certezza della vita è la morte. Basta leggere a caso le notizie di questo mondo bastardo. Una pagina a caso.
E allora, che senso ha?
Già.
Forse nessuno. Ma questi pochi attimi senza senso chiamati vita, che almeno abbiano un colore. Questa sequenza di attimi che potrebbe interrompersi senza preavviso. Che almeno abbia un’intensità, un dolore, una gioia, un’euforia incontenibile, una rabbia esplosiva, un torrente di lacrime.
Non è necessario arrancare sempre. Solo un po’, a volte. Capita, quando ti guardi indietro e sai che non dovresti farlo, mai. Sempre avanti lo sguardo, sopprimi quelle insulse paure. Sopprimile tutte.
Eppure dovresti esserci abituata. Alla pioggia.

Midsummer

Le sidaner

Forse basterebbe fermarsi, mi dicono. Una pausa, prenditi una pausa. Ma come spiegare che non posso? Non è facile spiegare. Questo vuoto accanto a me in questo momento. Non è facile spiegare questa vita. Ogni vita.
Me la prenderò una pausa. Prima o poi, quando la vita cesserà.
E allora non avrò nulla da rimpiangere.
E allora tu non mi mancherai ogni volta che non sento il tuo respiro.

La filosofia dello smalto

tamara de lempika

Certo che fa obiettare, certo che non si possono analizzare i mutamenti della vita sulla base di una lacca per unghie, di un vezzo femminile che sinceramente non ho mai avuto prima. Prima di quattro mesi fa. Quattro mesi, sembra un’eternità. Eppure è il breve/lunghissimo tempo trascorso dal momento in cui ho deciso di cambiare la mia vita.
Le unghie, dicevo. Varie amiche me l’avevano già chiesto, il perché non le curavo e smaltavo. La mia ostinazione pluriventennale a tenerle corte, dolorosamente cortissime in modo punitivo. Perché a me non si addicevano mani smaltate, quelle mani che non portavano anelli e che per anni avevano pulito, lavato, digitato tastiere, sollevato bambini. E non avevano amato. Già era stato difficile ma necessario instaurare, anni prima, l’abitudine ormai irrinunciabile del trucco attorno agli occhi, l’annerire quotidiano di ciglia e bordi munita di catartico mascara e kajal.
Mi era anche stato fatto notare da un amante occasionale che le mie non erano, appunto, unghie da amante. Erano unghie da manovale della vita. Da chi si porta tutto addosso e pratica il sollevamento pesi dei sensi di colpa.
Poi un giorno mi guardai le mani. L’ultima volta che avevo sfoggiato uno smalto era stato più di vent’anni prima, il giorno di quello sciagurato matrimonio destinato a finire pochissimi anni dopo. Così tanto tempo era passato? Così lunga era stata la pena della vita?
La riabilitazione ovviamente è avvenuta a gradi, e tutt’ora necessita perfezionamenti. Ho iniziato con l’impossessarmi dell’arte della limatura anziché del taglio, che invece deve avvenire, netto ma parco, a rare scadenze. Ancora devo imparare ad amare totalmente queste mani, e a rispettarle. Ora che queste mani non si occupano più solo di candeggine, pannolini e tastiere di computer.
Poi gli smalti. All’inizio venivano trafugati alla figlia ignara, quelli che non usava più. Ancora una volta gli scarti. Lei cominciò presto a offrirmeli spontaneamente, contenta del vezzo da spartire adesso con la madre. Cosa che non aveva mai fatto prima. Il tabù dello smalto è stato effettivamente il più difficile da superare, tecnica trasgressiva da kamasutra del look per una quasi-cinquantenne che ha trasportato a braccia troppe borse della spesa. Adesso, faccio outing, è dipendenza. Non potrei mai uscire di casa  senza le unghie laccate con quella che, presumo e spero, un giorno diventerà la perfezione dovuta alla pratica costante.
Rimaneva da superare l’ultimo ostacolo. Quello appunto di non considerare superfluo l’acquisto di una boccetta di innocuo smalto, senza dover sempre ricorrere (ahimé vizio duro da abbattere) allo smaltimento degli avanzi altrui.
Ed è accaduto infine. Nel tardo pomeriggio di una calda domenica, in una meravigliosa prematura estate. Ancora languida, in uno stato d’animo e fisico che rifletteva il torpore soddisfatto dei 34 gradi esterni, sono entrata nella grande profumeria con la scusa di pile e fazzolettini mancanti. Lì, in un grande cesto, giacevano le boccette in saldo, accumulate e non volute, che in questa crisi totale e irrisolta la gente rinuncia pure ai colori. Me le sono rigirate tra le dita, una per una, indecisa e predisposta a quest’ennesima trasgressione. E finalmente la prescelta, sfoggiata con soddisfazione alla cassiera, è finita in cima alle cose da pagare.
Ecco, l’educazione sentimentale ha concluso un ciclo. La parte da me meno amata, persino più bistrattata delle tanto femminilmente odiate cosce o delle smagliature che ci fanno chiudere gli specchi degli armadi, le mani, ora possono essere sfoggiate degnamente, pronte ad accogliere, al prossimo cambio di colore, il nuovo acquisto.
Ovviamente viola.

A volte pesa

danielson-gambogiÈ un po’ che te lo volevo scrivere, ma certamente tu lo sai. Non perché te lo voglia far pesare ma perché scriverlo, metterlo giù sul bianco lo rende più leggero. Perché pesa, a volte, soprattutto quando la laboriosità quotidiana è gambizzata dalle feste comandate. Quando tutti si aspettano la spensieratezza vacanziera dei viaggi di gruppo nelle riviere sovraffollate. È un fardello, a volte, questa solitudine imposta, un bagaglio che non contiene foto ricordo. Ritratti e scene di famiglie felici. Che poi vorrei spiegato da qualcuno cos’è una famiglia felice.
A volte mi dimentico l’eco delle stanze vuote. E degli odori che mi ricordano tutto di te, anche se la mente vorrebbe elaborare, finalmente. Non fraitendere, sai. Come tutto il resto, anche questa mia parvenza eremitica è stata una scelta. La maggior parte del tempo, quando non sono distratta dal quotidiano struggimento per un necessario e precario guadagno, mi soffermo a contemplare la mia libertà esistenziale.
Il mio rimpianto, ti assicuro, è saltuario. Mi insegue in genere dopo un addio, o quando mi si chiede cosa farò a Natale, o se andrò al mare e con chi a Ferragosto. Non sono ancora avvezza agli sguardi di perplessità ogni volta che rivelo un “da sola” o “da nessuna parte”. L’essere uno fa paura.
A volte, fa paura anche a me. E per quanto mi cimenti nell’esercizio quotidiano dell’essere, a volte scivolo nel desiderio dell’avere. Dell’averti qui per recuperare il tempo perduto nel mio affanno di sopravvivenza: e finalmente vivere. Ora posso farlo, ma ora le stanze sono vuote. Ora che non sono più necessarie scelte di disperazione, non posso e non voglio più scegliere.
Ammetto la mia incapacità. Dovrei comprare nuovi colori per queste stanze ma per ora riesco semplicemente a desiderare di scriverti. Dovrei trovare un equilibrio che mi consenta di non vacillare più eppure vorrei solo perdermi nella banalità delle masse. Quelle delle foto al mare, di chi fa finta che tutto vada bene. Oppure di chi ci crede davvero, che tutto vada bene.
Anch’io vorrei crederci. Convincermi che queste stanze si riempiranno. Dei miei pensieri e di ricordi nuovi, di sorrisi e di stanchezza. Di energia nuova.
Scusa se scrivo di queste cose, ma come ho detto, a volte pesa. Estraggo le parole dall’archivio indigesto della mia mente e le disperdo qui, assieme all’eco della tua voce. In questi giorni di assenza non trovo spensieratezza. Non ancora.
Ma il mio percorso è ancora all’inizio, e non so neppure in che direzione andrò, per cui perdonami le indecisioni e le incertezze. Che poi non c’è nulla da perdonare. Così sono e così vivo.
Un giorno cresceremo e supereremo le nostre ombre. E non ci vergogneremo più di ciò che siamo o non siamo stati, finalmente oltre ogni rimpianto. Un giorno.
Per ora, a volte pesa.