Una promessa

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Se lungo il fiume mi tieni la mano, è perché la mia vita è fatta di fiumi. Li ho visti scorrere e ho sempre aspettato. Lungo la riva, ho sempre aspettato. Non ho mai fatto promesse, perché sapevo non le avrei mantenute.
Che vita, è stata. Prima era il mio fardello costante. Ora, qui e adesso, non la vedo più. Se l’è portata via il fiume, nella sua corrente impetuosa.
E allora me la fai una promessa? Adesso che puoi camminare leggera? Adesso che hai rallentato il tempo?
Ti guardo. Vi guardo. Siete voi il mio tempo rallentato, il mio presente e futuro. Siete il mio sogno la mia speranza, la mia realtà. La mia rinuncia e la mia ricchezza.
Quale promessa allora? Mi chiedo. Scrivere forse? La parola a volte mi viene difficile. Troppo ho fatto quadrare i conti anziché cercare giusti ritmi e assonanze. Viaggiare? Mi sono venute a nausea le folle, il rumore, gli aeroporti affollati. Preferisco i silenzi, i luoghi deserti, le parole sussurrate. Fermarmi? Ecco, quello lo potrei fare. Anche se correre e rincorrere è iscritto nei miei geni. Richiederebbe dunque disciplina, e disciplina mi manca.
Scuoti la testa. Perché io non vedo, mi manca a volte la visione laterale e non capisco i segnali nascosti. Anche quando è tutto chiaro e sotto la luce. Lungo la corrente del fiume.
Quale promessa allora?
Vivi.

Ho aspettato la fine dell’inverno

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Ho aspettato la fine dell’inverno per chiudere le porte. Per lavarmi le ferite, detergere la pelle a fondo, candeggiare i vestiti.
Ho aspettato. Perché non sapevo altro che aspettare. E non capivo, oh non capivo che il veleno mi intossicava, giorno dopo giorno, ora dopo ora.
Ho aspettato perché non vedevo altra via. Perché aggrappata alle mie paure, non vedevo vie d’uscita.
Finché sono arrivate le piogge. Hanno lavato tutto e la mia  mente, il mio corpo, il mio spirito, finalmente insieme e coalizzati, si sono ribellati. Ho vomitato tutto, ho versato litri di lacrime, ho sudato la mia anima in una lunga, interminabile disintossicazione.
Ora ho il mio dolore tatuato in due centimetri di pelle sopra il cuore.
Eppure io la gioia l’ho cercata, come dicevo anni fa. Sono qui per cercare la gioia. Senza sapere dove andare, senza sapere cosa fare. Non avevo capito che chi è alcolizzato e tossicodipendente non può bere neanche un bicchiere, non può annusare neanche un granello.
Ed io abituata ai tagli, ho cercato altri modi di farmi male. Cadendoci di nuovo. Incespicando di nuovo nella mia solitudine. Legandomi più stretta al mio ostinato isolamento.
Ho aspettato la fine dell’inverno per scrivere il malessere. Per leggere le parole a voce alta e urlarle al vento che, finalmente, si era alzato. Spazzando via tutto, pulendo l’aria, asciugando le lacrime, prosciugando il veleno. È finito il grande buio. Ma, nonostante la luce, non intravedo la strada e non so dove andare.

Miele

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Contemplava le pareti bianche. Lo faceva nei momenti di stanchezza. E si diceva “Quadri, vanno appesi quadri”. E va tolto il bianco. Sono necessari colori. Così i rari momenti di contemplazione sarebbero potuti diventare più vivaci. Pochi erano quei momenti. Li evitava quando era sola, perché sempre portavano riflessioni indesiderate. Sulla vita ad esempio. Che di tanto in tanto metteva del miele sulle cicatrici. Vita bastarda. Che si diverte a tagliuzzarti e sfregiarti. E a ricoprire di sale le ferite.
Ecco perché le lacrime sono salate.
Vita puttana. Dopo mezzo secolo tira fuori il miele. Non sempre però. La dolcezza non è un lusso quotidiano. La felicità non è uno stato costante.
In uno di quei momenti di stanchezza felice, anche lui le disse “Dobbiamo appendere quadri alle pareti”. Poi, continuando il plurale degli amanti pieni di speranze “Perché ci siamo incontrati così tardi?”. Ora che la vita non ci permette di costruire più nulla.
E ci dà solo un po’ di miele. Occasionale miele sulle nostre cicatrici. Profonde, vecchie e nuove.
Altre ferite verranno. Probabilmente quando avremo ancora il sapore di miele in bocca. Fenderemo il colpo, alzando le braccia per difenderci il viso, la testa. E poi ci mostreremo le ferite a vicenda. Come sempre facciamo.
Così simili, entrambi. Avevano voluto disperatamente una famiglia, quella che la vita non gli aveva dato. E la famiglia era andata via. Gliel’aveva portata via la vita che non consente errori, che non perdona mai. Avrebbero voluto viaggiare e togliersi dalla quotidianità faticosa. Ma i soldi non bastavano. C’era da riparare gli errori. Avrebbero voluto amarsi sempre e senza ostacoli. Ma la vita, la bastarda, aveva loro sbarrato la strada con tutte le macerie da ricostruire. Così tante e pesanti che non ne sarebbero bastate tre, quattro, cinque di vite per rimettere tutto in piedi.
E poi c’era il miele. C’erano le albe senza nuvole. C’erano le primavere, che tornavano nonostante gli inverni. Ogni attimo era da assaporare, mordere, possedere. Non si poteva lasciar sfuggire questi attimi. I rari doni della vita puttana. Che mai ti dà il piacere gratis.
Guardavano le pareti, vicini e stretti uno accanto all’altra. A riscaldarsi l’anima e il corpo, perché ancora il sole sapeva d’inverno. “Vorrei che questo momento non finisse mai” diceva lui.
“C’è tutta la vita in questo momento” diceva lei. Tutta la vita che non avevano avuto e che avrebbero voluto. In quel momento.
E con la bella stagione avrebbero colorato le pareti.

Non più

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Non erano più briciole, né avanzi. Neppure brandelli di vita trascinati dalla corrente di un fiume che lei era abituata solo a guardare dalla riva. No, era un amore testardo e irrinunciabile, di una potenza inimmaginata. E le aveva dato i remi per remare, le gambe per correre ancora, il sangue per far pulsare ancora quel cuore addormentato. All’inizio di ogni giorno assopito, vissuto singolarmente e senza aspettative, ora che aveva riscoperto l’alba.
Che belle le albe, pensava, e che splendore questi nuovi inizi. E non nutrirsi più di briciole, ma ricordare sempre il suo sapore. E ancora, sapere ogni giorno che ce l’avrebbe fatta.
Vai, prendi il timone ora che sai la rotta. Anche se la rotta avrebbe potuto cambiare. E non dimenticare di guardare l’alba. Perché anche con la pioggia il sole c’è, dietro le nuvole.
Poi lei, come ogni mattina, raccoglieva le sue cose e usciva nella vita, così tanti erano i percorsi da scoprire. Non più impaurita.
Non più sola.

Anime salve

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Ci salveremo un giorno, sai? Il perché è semplice. Noi siamo quelli che si rialzano sempre, dopo ogni caduta. Quelli che si asciugano al sole dopo il temporale. Ci salveremo perché siamo sopravvissuti fino ad ora, facendo un vanto delle nostre macerie. E delle nostre cicatrici. A poco a poco, riusciamo anche a mostrarcele a vicenda.
La felicità? In questa vita sono solo attimi. Ce li prendiamo, li assaporiamo senza pudore, con il sano egoismo del nostro presente.
E sognamo un po’. Di quella serenità costante dello svegliarsi nel posto giusto ogni mattina, finalmente. Ma non in questa vita. Lo sappiamo, noi, che questa vita non è abbastanza. Che forse è troppo tardi. Che tra queste macerie si può trovare solo qualche sporadico fiore.
Nella prossima, certamente. Perché siamo destinati a reincontrarci, stavolta nel posto giusto e nel momento giusto, non importa in quale forma e in quale corpo.
Adesso riposiamoci un po’. Abbiamo corso troppo, su strade differenti ma convergenti. Abbiamo corso per un lunghissimo mezzo secolo sperando e disperando di salvarci. Arrivando ad approdi diversi tra una tempesta e l’altra. Ora riposiamoci in questo porto silenzioso, lontano dalle grida e dal possesso.
Perché ci salveremo un giorno, sai? Per ora, sognamolo.

Parlami

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“Di te, dei tuoi problemi, di cosa possiamo cambiare”
Lui le chiedeva. Com’era difficile parlarne. Com’era difficile parlare del suo corpo fragile. Della sua mente oscillante.
“Parlami dei tuoi desideri”
E lei gli aprì l’uscio sul mare che teneva nascosto. Dentro. Alta marea, luna crescente. Vortice di brezza e tempeste.
“Parlami. Semplicemente raccontami. Di te”
Di me? Perché vuoi sapere così tanto di me?
“Perché sei interessante. Perché il tuo è un libro avvincente da leggere. Perché lo dobbiamo scrivere.”
Ogni giorno un capitolo.
E perché vuoi scriverlo proprio con me?
“Perché sei tu. Perché voglio farne parte”
E lei gli aprì la vita. Con mano tremante gli aprì la porta. Abbassò le difese e capì che era troppo tardi per aver paura. Che aveva aspettato troppo.
Ti parlerò. Dammi tempo.
“Abbiamo tutto il tempo che vogliamo.”

Qui e adesso

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E adesso parlo dei nostri cuori, perché dei nostri corpi siamo consapevoli. Sappiamo del nostro desiderio senza argini. Ora stiamo apprendendo il nostro cuore.
Sto bene, mi dici. Sto bene, ti dico.
Ho improvvisamente capito che solo questo è importante.
Sto bene.
Abbiamo avuto l’enorme fortuna di incontrarci. Di scorgerci nella nebbia. Di riconoscerci nella folla. Di non aver avuto paura di sfiorarci, toccarci, di aver fiducia del nostro battito cardiaco che impazziva. Di sognare. E soprattutto: di non aver avuto esitazione. Perché l’esitazione taglia le ali alla vita.
Perché a volte è necessario dare tregua all’infinita spirale dei nostri pensieri. Perché dopo la tempesta, il terremoto e l’onda di marea, dopo è necessario fermarsi e dire: sto bene.
Qui e adesso.
Ci ricorderemo un giorno, nella serenità dei nostri anni stanchi, di questo tutto travolgente. Di come la vita si è fermata in questa lunga primavera, in questo momento senza confini. Senza possesso e pretese.
È bello esserci. Essere, semplicemente, il passato finalmente inghiottito nelle profondità a cui da tempo avrebbe dovuto appartenere e il futuro, oh, che importa del futuro.
Qui e adesso, liberi di essere noi, lupi, delfini, rondini.
Liberi di essere.
Perché quest’enorme fortuna no, non la possiamo sprecare. Durasse un attimo, un giorno in più, una settimana, un mese, una vita. Non ha alcuna importanza. Il mondo continua a girare e non si fermerà nè per noi nè per nessun altro. Qui e adesso invece c’è solo il tempo di un attimo in cui, semplicemente, ci siamo.
Meravigliosamente consapevole, intenso come il cerchio rosso del sole che annega sull’orizzonte di una città diversa. Bella come non l’avevo mai vista.