Cose da fare di prima mattina

Faquharson

I sani rituali mattutini. Ci svegliamo, non pensiamo. Il caffé sul fuoco, poi la doccia calda. I vestiti stanchi. L’autobus assonnato. Come in un film, uno di quei tristi film francesi. Ci si chiede il perché. Io me lo chiedo spesso, non sempre. A volte la mente entra in automatico. Finché.
Finché tutto si ferma perché il fiume ristagna. Finché la melodia esaurisce le note e non riesce a diventare sinfonia. E ogni mattina diventa una pagina bianca. Con quel dilemma, sempre: se continuare a imbrattare lo spazio vuoto e la pagina bianca di parole vacue. Se continuare, con fatica, a trovare le parole giuste. In mezzo al rumore. Appesantiti dal passato, dalla pioggia incessante, dai desideri impossibili di piaceri terreni.
Poi capita. Non un’illuminazione, perché a trovare il mio buddha interiore ancora ne devo fare di strada, ancora ne devo respirare di silenzio, ancora ne devo assorbire di voci amiche. No, semplicemente un’intuizione. Si intuisce che la vita richiede diversi rituali.
Che le parole devono diventare tante, e in lingue diverse. Love thyself and thy life.
Chiudi gli occhi, piccola donna in un corpo fragile. Lì fuori c’è la distesa infinita della tua mente. Stringi i pugni e ricomincia, ancora una volta.
Ancora una volta cerca un approdo. Scrivi.

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Ho aspettato la fine dell’inverno

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Ho aspettato la fine dell’inverno per chiudere le porte. Per lavarmi le ferite, detergere la pelle a fondo, candeggiare i vestiti.
Ho aspettato. Perché non sapevo altro che aspettare. E non capivo, oh non capivo che il veleno mi intossicava, giorno dopo giorno, ora dopo ora.
Ho aspettato perché non vedevo altra via. Perché aggrappata alle mie paure, non vedevo vie d’uscita.
Finché sono arrivate le piogge. Hanno lavato tutto e la mia  mente, il mio corpo, il mio spirito, finalmente insieme e coalizzati, si sono ribellati. Ho vomitato tutto, ho versato litri di lacrime, ho sudato la mia anima in una lunga, interminabile disintossicazione.
Ora ho il mio dolore tatuato in due centimetri di pelle sopra il cuore.
Eppure io la gioia l’ho cercata, come dicevo anni fa. Sono qui per cercare la gioia. Senza sapere dove andare, senza sapere cosa fare. Non avevo capito che chi è alcolizzato e tossicodipendente non può bere neanche un bicchiere, non può annusare neanche un granello.
Ed io abituata ai tagli, ho cercato altri modi di farmi male. Cadendoci di nuovo. Incespicando di nuovo nella mia solitudine. Legandomi più stretta al mio ostinato isolamento.
Ho aspettato la fine dell’inverno per scrivere il malessere. Per leggere le parole a voce alta e urlarle al vento che, finalmente, si era alzato. Spazzando via tutto, pulendo l’aria, asciugando le lacrime, prosciugando il veleno. È finito il grande buio. Ma, nonostante la luce, non intravedo la strada e non so dove andare.

Homebound

Questa è l’essenza dei sogni. Sfuggenti, disseminati lungo la corsa ad ostacoli. Sì quella che chiamiamo vita. Nulla è mai semplice. Nulla viene mai regalato. Ricordatevelo, figli miei. E se un giorno verranno, nipoti e pronipoti, raccontateglielo. Di quella lunga primavera dell’anima che coprì tre stagioni. Di quello spirito irrequieto che mai trovava pace e che un giorno si fermò un attimo a respirare una brezza cittadina colorata grigio seppia. Si fermò davvero. A togliere la polvere dai vecchi scaffali della vita. A rimuovere rami secchi e erbacce. Ma non fu per nulla facile. L’importante è non sedersi mai ad aspettare, perché il fiume non porta cadaveri ma solo un lungo rancore.
Raccontateglielo, se ne avrete voglia e se ne avrete memoria. Di quel tredicesimo tentativo verso la gioia. Lungo. Ad ostacoli. Finale.

Così si illudeva.

Perseidi

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Ho provato a guardare il cielo. Tra la luna e le nuvole. Nel silenzio quasi totale di una provincia abbiente e abbandonata.
E non ho trovato strisce luminose. Non le trovo mai. Ma ho visto i pipistrelli ed ho provato a immaginare questo pianeta che si getta, con tutta la velocità consentita dalle leggi della fisica, in mezzo ad uno sciame di meteore. E ho goduto l’ebbrezza e l’euforia di questa corsa. Perché ne siamo tutti parte.
Basta trovare un senso.
Di desideri, non ne ho espressi. Li ho tutti con me, gran parte di essi esauditi. Poco mi manca per dire: ho avuto più di ciò che avrei potuto immaginarmi. Certo, ci sono i sogni. Quelli li lasciamo per altre vite, altre occasioni.
Stasera, non c’è molto da scrutare. Ti avrei voluto vicino ma so che sei con me in questa folle corsa, e mi consola. Siamo un po’ tutti Perseidi. Meteore fuggenti, passeggere, scintille in uno sciame di altre luci.
Alla Terra non importa: lei corre. Non saranno le nostre esitazioni a fermarla.
Tra qualche ora è un nuovo giorno. Vedi? Esitare non serve.

Midsummer

Le sidaner

Forse basterebbe fermarsi, mi dicono. Una pausa, prenditi una pausa. Ma come spiegare che non posso? Non è facile spiegare. Questo vuoto accanto a me in questo momento. Non è facile spiegare questa vita. Ogni vita.
Me la prenderò una pausa. Prima o poi, quando la vita cesserà.
E allora non avrò nulla da rimpiangere.
E allora tu non mi mancherai ogni volta che non sento il tuo respiro.

Non più

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Non erano più briciole, né avanzi. Neppure brandelli di vita trascinati dalla corrente di un fiume che lei era abituata solo a guardare dalla riva. No, era un amore testardo e irrinunciabile, di una potenza inimmaginata. E le aveva dato i remi per remare, le gambe per correre ancora, il sangue per far pulsare ancora quel cuore addormentato. All’inizio di ogni giorno assopito, vissuto singolarmente e senza aspettative, ora che aveva riscoperto l’alba.
Che belle le albe, pensava, e che splendore questi nuovi inizi. E non nutrirsi più di briciole, ma ricordare sempre il suo sapore. E ancora, sapere ogni giorno che ce l’avrebbe fatta.
Vai, prendi il timone ora che sai la rotta. Anche se la rotta avrebbe potuto cambiare. E non dimenticare di guardare l’alba. Perché anche con la pioggia il sole c’è, dietro le nuvole.
Poi lei, come ogni mattina, raccoglieva le sue cose e usciva nella vita, così tanti erano i percorsi da scoprire. Non più impaurita.
Non più sola.

Anime salve

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Ci salveremo un giorno, sai? Il perché è semplice. Noi siamo quelli che si rialzano sempre, dopo ogni caduta. Quelli che si asciugano al sole dopo il temporale. Ci salveremo perché siamo sopravvissuti fino ad ora, facendo un vanto delle nostre macerie. E delle nostre cicatrici. A poco a poco, riusciamo anche a mostrarcele a vicenda.
La felicità? In questa vita sono solo attimi. Ce li prendiamo, li assaporiamo senza pudore, con il sano egoismo del nostro presente.
E sognamo un po’. Di quella serenità costante dello svegliarsi nel posto giusto ogni mattina, finalmente. Ma non in questa vita. Lo sappiamo, noi, che questa vita non è abbastanza. Che forse è troppo tardi. Che tra queste macerie si può trovare solo qualche sporadico fiore.
Nella prossima, certamente. Perché siamo destinati a reincontrarci, stavolta nel posto giusto e nel momento giusto, non importa in quale forma e in quale corpo.
Adesso riposiamoci un po’. Abbiamo corso troppo, su strade differenti ma convergenti. Abbiamo corso per un lunghissimo mezzo secolo sperando e disperando di salvarci. Arrivando ad approdi diversi tra una tempesta e l’altra. Ora riposiamoci in questo porto silenzioso, lontano dalle grida e dal possesso.
Perché ci salveremo un giorno, sai? Per ora, sognamolo.