Ho aspettato la fine dell’inverno

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Ho aspettato la fine dell’inverno per chiudere le porte. Per lavarmi le ferite, detergere la pelle a fondo, candeggiare i vestiti.
Ho aspettato. Perché non sapevo altro che aspettare. E non capivo, oh non capivo che il veleno mi intossicava, giorno dopo giorno, ora dopo ora.
Ho aspettato perché non vedevo altra via. Perché aggrappata alle mie paure, non vedevo vie d’uscita.
Finché sono arrivate le piogge. Hanno lavato tutto e la mia  mente, il mio corpo, il mio spirito, finalmente insieme e coalizzati, si sono ribellati. Ho vomitato tutto, ho versato litri di lacrime, ho sudato la mia anima in una lunga, interminabile disintossicazione.
Ora ho il mio dolore tatuato in due centimetri di pelle sopra il cuore.
Eppure io la gioia l’ho cercata, come dicevo anni fa. Sono qui per cercare la gioia. Senza sapere dove andare, senza sapere cosa fare. Non avevo capito che chi è alcolizzato e tossicodipendente non può bere neanche un bicchiere, non può annusare neanche un granello.
Ed io abituata ai tagli, ho cercato altri modi di farmi male. Cadendoci di nuovo. Incespicando di nuovo nella mia solitudine. Legandomi più stretta al mio ostinato isolamento.
Ho aspettato la fine dell’inverno per scrivere il malessere. Per leggere le parole a voce alta e urlarle al vento che, finalmente, si era alzato. Spazzando via tutto, pulendo l’aria, asciugando le lacrime, prosciugando il veleno. È finito il grande buio. Ma, nonostante la luce, non intravedo la strada e non so dove andare.

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Di strane stagioni

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È strano scrivere di vite marine ma non vedere mai il mare. Strano, così strana questa estate adesso morente, che non è riuscita ad essere estate. È strano, il Nord Europa oceanico che mi insegue in ogni angolo di vita. Come se, nel momento-del-ricominciare (finalmente) tutto daccapo, mi ricordasse, ironica climatologia, guarda che il passato è sempre con te.
Ma non lo è. Oppure forse no. Un po’ c’è. Questa mia insofferenza al pressapochismo. Alla paura di cambiare. La mia avversione alle paludi -esistenziali, linguistiche, emotive. Ecco forse, questo è il retaggio. La pioggia, il vento, e il prossimo inevitabile viaggio. Ecco il mio passato che si manifesta e mi ricorda dei miei errori. Hai imparato finalmente? Mi chiede il cielo cupo.
Non ho toccato il mare dunque. Dodici lunghi mesi di pianura. E oggi, nell’ultimo mio giorno di ozio e riflessione (in quelle che mi ostino cocciutamente a non chiamare ferie, ma, semplicemente pausa) riprendo a poco le fila di un discorso interrotto. Lascerò la provincia. Lascerò l’inutilità di un quotidiano senza progetto. È venuta l’estate oceanica a dirmi ci stavi ricadendo di nuovo, non ti era bastata la prima volta? Ci sono voluti multipli fronti atlantici a sbattermi in faccia brandelli di passato, giornate grigie e finestre che languivano su nubi in continuo movimento. Il terrore di ricadere nell’arrancare quotidiano che non è vita, ma sopravvivenza.
Strano. Un caso? Che l’inizio della mia seconda vita dopo dieci anni di sofferenza e tre di stagnazione coincida con l’assenza di afa e sole e bruciore sulla pelle e sudore? Mi ha dato forza, questo vento fresco, alpino e costante. Forza di prendere a calci la solitudine. Di scrollarmi di dosso l’arrancare a tutti i costi. Il  pessimismo cosmico e la sensazione costante di non valere. Via tutto. A calci, nel vento. Fuori dalla mia vita.
Vedi che non combino solo danni? Mi dice il vento atlantico.
Ho tolto dalla mia vita le troppe parole. Ora cammino.
(E vedrò presto anche il mare).

Così, per caso

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Quel libro che si sceglie. Così, per caso. Un nome accattivante, un colore sulla copertina. Per caso, dallo scaffale. Quel ricordo che affiora. Per caso, perché hai sentito quella canzone, quella frase, quella pioggia battente sull’asfalto.
La stagione che cambia, e questo non è un caso. L’inesorabile rotazione terrestre.
Ti ritrovi allo stesso punto. Tu, cetaceo arenato, goffo pinguino sulla terraferma. Stesso marzo, solo una ruga in più, un po’ più di grigio tra i capelli.
E vorresti scrivere, ti urge.
Ma invece, con prigrizia, leggi. Un libro a caso, da uno scaffale a caso. Un messaggio a caso dall’elenco sullo schermo. Un clic a caso. Una foto a caso. Un nome, così, per caso.
Tutto sembra più facile.
Per ora.

Dopo la pioggia

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Dopo la pioggia scrutiamo il cielo. Cerchiamo indizi di azzurro tra le nuvole sbrindellate. Cerchiamo. La speranza che la vita non sia un lungo uggioso presente. Appendiamo gli abiti, sgualciti, ad asciugare. Speriamo. In una brezza tiepida che scopra un orizzonte da guardare.
E nel frattempo si cerca un paio di scarpe asciutte, ci si mette un filo di trucco attorno agli occhi e si esce camminando piano. Dopo aver compreso che tutto quell’affanno non ha portato a niente.
Tra gli argini esondati e le foglie marcite frughiamo per un indizio di primavera.
Stupidi noi, sempre, e illusi.

Voleva solo andare al cinema

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Annabella, ma che buffo nome le avevano dato, perché lei non si sentiva bella. Soprattutto ora da quando passava le sue giornate a pulire gli appartamenti dei riccastri. Le detestava quelle donne griffate che non avevano nulla da fare se non sfoggiare il loro benessere da mantenute. Un lavoro dopo l’altro, precario e irrisorio, per pagarsi l’affitto, le bollette e nient’altro. Aveva un solo vestito decente, quel vestito viola che non metteva mai. D’altronde, dove sarebbe dovuta andare?
Annabella, ma bella mica tanto, troppo magrina troppo piccolina, ma brava a letto le dicevano, quei letti che inseguiva con la determinazione autodistruttiva di chi non crede nel suo nome.
Eppure lei voleva solo andare al cinema. La passione per il cinema, l’unica rimasta, che coltivava stanca nel suo appartamentino vuoto la sera, guardando dvd di vecchi film e piangendo da sola. Solo i film la facevano piangere. Neanche quando il figlio se n’era andato sbattendo la porta e chiamandola puttana aveva pianto. La chiamavano così in molti.
Soprattutto gli uomini i cui letti frequentava.
Laura la chiamava spesso. La chiamava di mattina, prima che lei uscisse per andare a pulire i cessi delle donne ricche. Loro erano le puttane. Annabella guardava il cellulare e sospirava, sperava fosse uno di quegli uomini che l’aveva fatta rivestire e l’aveva riaccompagnata alla porta il giorno prima. Non la richiamavano mai.
E allora non rispondeva. Non rispondeva alla sua unica amica che le avrebbe chiesto, come sempre “perché l’hai fatto ancora?”.
Perché volevo andare al cinema. E lui non mi ci ha portato. Mi ha portato a letto, invece.
E nell’appartamentino freddo si avvolgeva nella coperta e piangeva guardando Casablanca e Colazione da Tiffany.
Poi ci ricadeva. Gli uomini la rimorchiavano su Internet. Su Internet era meglio, metteva le foto che voleva. Poi la incontravano, la guardavano e un po’ rimanevano delusi, si notava. Ma a letto era brava, almeno così le dicevano.
Perché si innamorava.
Questa era una variabile impazzita, loro non se lo aspettavano. Non si aspettavano che Annabella gli dicesse poi ti amo. Non sapevano che rispondere, li spiazzava.
Io non ti ho chiesto di innamorarti. Non ti ho chiesto nulla.
Solo sesso, già.
Lei invece avrebbe voluto che la portassero al cinema. Non a letto, al cinema. Che le consentissero di piangere sulla loro spalla. E le offrissero un gelato, dopo. E la riaccompagnassero a casa senza chiederle di salire. E la richiamassero il giorno dopo, solo per fare due chiacchere. Per chiederle come stava.
Perché lei a quegli appuntamenti si sarebbe messa il vestito viola. E magari anche una spilla tra i capelli. Si sarebbe guardata finalmente allo specchio.
Ma invece guardava troppi film. Glielo dicevano tutti, guardi troppi film. Quegli uomini esistono solo nei copioni, la rimproverava Laura. Oppure sono già impegnati, non vanno a cercare le Annabelle di turno che si innamorano troppo in fretta.
Non chiamarmi più, aveva scritto all’amica. Queste cose non ho bisogno di saperle.
Nelle giornate che si ingrigivano, sempre più preferiva inseguire i suoi pensieri cercando di disintossicarsi dal bisogno d’amore. Avrebbe voluto essere un uomo, a volte. Riuscire a cancellare tutto con un colpo di spugna e proseguire. Magari un uomo in carriera. Uno di quelli alti, che tutti rispettano, con la giacca e la cravatta. Uno di quelli che, magari dopo un paio di divorzi da donne abbienti, si andava a cercare in giro gli zuccherini per addolcirsi la vita, senza dover chiamare nessuno il giorno dopo. Senza la necessità di innamorarsi. Senza la necessità di aspettare davanti a un telefono, sperando che squillasse. E il telefono non squillava mai.
A parte quella sera. Ma era Laura.
Decise comunque di rispondere, d’altronde non aveva altro da fare. Rimase un attimo in silenzio, respirava piano.
“Non va, eh?” le chiese l’amica dall’altro capo. Annabella si limitò ad annuire, come se lei la potesse vedere. E l’amica la vide.
“Preparati, ti porto al cinema. Offro io.”
Annabella continuò a non dire nulla perché non sapeva cosa dire. Non aveva una risposta pronta, perché un’evenienza così non le era mai capitata. Ma l’interlocutrice sapeva che questo era un dialogo. Sapeva che quello era un annuire.
“Mettiti il vestito viola, non ti azzardare a uscire con me vestita di stracci. E truccati. Il rossetto, non ti dimenticare il rossetto. Passo tra mezz’ora.”
Riattaccò. Andò in camera da letto a cambiarsi, si muoveva inconsapevole, quasi un’automa.
Poi, incrociò lo specchio. Si guardò.
Sono troppo magra per quel vestito? Pensò. Sorrise.
Decise che andava bene così.

(scritta nel giugno 2011)

Com’è iniziato

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… così è finito. Nel solito assordante silenzio. Un po’ di malessere, ma niente di importante.
Com’è iniziato, così è finito. Nella mancanza dell’essenziale. Navigando al buio e senza navigatore.
Così è finito, con la paura dei sogni. Con la paura, che ti si attorciglia alle budella. Così è finito, ma forse neppure è iniziato.
Nel lungo inverno. Così è iniziato. E si è trascinato, con poco sole, tra mille piogge. E tutto questo gelo.
Così è finito, a remuginare troppo e troppo a lungo su quello che è stato e che non è potuto essere.
Chiudo le imposte e riprendo il  controllo. Che quello non si può perdere, non a tutti è concesso.
E domani è un altro giorno.
Forse lo stesso.

Persone

Vettriano

Ci sono persone che entrano nella tua vita per poco. Come biglie frettolose o, in modo a volte violento, meteore che si scontrano col tuo vissuto e lo incrociano per un attimo. Poi vanno. Alcuni lasciano una traccia. Una ferita. Un’impronta. Una bruciatura. Una cicatrice. Un marchio.
Altri, semplicemente si dissolvono. E non ti ricordi più che faccia abbiano, o come parlano, o come ti mettono le mani addosso.
Poi ci sono gli altri. Quelli che rimangono. Sì, perché altri rimangono incastrati nel tuo vissuto. Ci stanno, mettono radici, fondamenta, domicilio. Condividono l’aria, il cibo, le canzoni. Ti mostrano ricordi, foto, copertine, scritti e le loro cicatrici. E non importa quanti anni passino, o quanti chilometri ci metta in mezzo. Loro rimangono.
Sono i nostri mattoncini, le nostre piastrelle di mosaico. Non chiedono nulla, semplicemente prendono e danno. Più spesso, regalano. Finché, senza ragionarci sopra, un giorno per osmosi involontaria diventano parte di te, mentre tu ti ritrovi parte di loro.
Parte di quel tutto che si chiama vita.
Il resto, è stato solo un incidente.