Quello che c’è in mezzo

lifetree

Il rifiuto di tutto si manifesta nelle piccole cose. Un atto mancato, un lapsus, una password dimenticata, un accesso che ti viene rifiutato perché è troppo tempo ormai che non riesci più a scrivere nulla. O a dire nulla. O ad ascoltare nulla.
Alla fine, un giorno, ci riesci. Trovi la tranquillità di un momento. Riaccendi la musica. Hai tempo di ascoltare, di battere i tasti del tuo vecchio computer che non hai i soldi per cambiare.
Fatichi. Cerchi le parole, la grammatica, inciampi su tempi e sintassi perché le lingue si sono mischiate ormai con effetti ridicoli.
Poi ti rilassi. Perché questo è un posto consueto. Familiare. Anche fuori dalla finestra fisica sul mondo, il posto è familiare. Detestato, ma familiare. Rifiutato, rigonfio di un passato doloroso, ma familiare. Fatichi a scriverle queste parole. Dopo più di un anno di automatica sopravvivenza, fatichi a razionalizzare. Eppure è così semplice.
Si torna sui propri passi quando non si ha dove andare. Quando dopo mezzo secolo di incertezze, si capisce che la vita è semplicemente così, incastrata tra le due uniche certezze: la nascita e la morte. E poi tutto quel caos indistinto che c’è in mezzo.
In questo caos, avevi dimenticato le parole. Anche per rientrare in questo vecchio diario, cancellato e riaperto più volte.
Ti chiedi se ne valga ancora la pena. Ti chiedi per cosa valga ancora la pena trascinarsi questo immenso fardello sempre da sola. Per cosa valga la pena cercare di capire il senso di quello che c’è in mezzo.
Credevi con sollievo di aver raggiunto l’indifferenza, fino a che un giorno riesci a cambiare la password e a togliere la polvere da un luogo che pensavi di avere abbandonato.
Purtroppo non si riesce mai ad abbandonare nulla.
Vorresti metterlo in ordine, chissà, questo in between, questo caotico dolore accatastato in mezzo ai due punti di certezza. Ma non ci si riesce mai. Non puoi neppure scrivere tutto, perché tutto sommato questo è un posto pubblico e i tuoi dolori, le tue violenze, i tuoi rimpianti, i tuoi lividi, le tue umiliazioni le tieni nei tuoi diari segreti.
Quello che c’è in mezzo non si può dipanare, non si può capire. Ci hai provato molte volte e adesso basta. Adesso ascolti. Senza credere più a nulla, se non ai silenzi che sempre ti hanno accompagnato.
Prima o poi riuscirai a fermarti e a guardare il tramonto.

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Cose da fare di prima mattina

Faquharson

I sani rituali mattutini. Ci svegliamo, non pensiamo. Il caffé sul fuoco, poi la doccia calda. I vestiti stanchi. L’autobus assonnato. Come in un film, uno di quei tristi film francesi. Ci si chiede il perché. Io me lo chiedo spesso, non sempre. A volte la mente entra in automatico. Finché.
Finché tutto si ferma perché il fiume ristagna. Finché la melodia esaurisce le note e non riesce a diventare sinfonia. E ogni mattina diventa una pagina bianca. Con quel dilemma, sempre: se continuare a imbrattare lo spazio vuoto e la pagina bianca di parole vacue. Se continuare, con fatica, a trovare le parole giuste. In mezzo al rumore. Appesantiti dal passato, dalla pioggia incessante, dai desideri impossibili di piaceri terreni.
Poi capita. Non un’illuminazione, perché a trovare il mio buddha interiore ancora ne devo fare di strada, ancora ne devo respirare di silenzio, ancora ne devo assorbire di voci amiche. No, semplicemente un’intuizione. Si intuisce che la vita richiede diversi rituali.
Che le parole devono diventare tante, e in lingue diverse. Love thyself and thy life.
Chiudi gli occhi, piccola donna in un corpo fragile. Lì fuori c’è la distesa infinita della tua mente. Stringi i pugni e ricomincia, ancora una volta.
Ancora una volta cerca un approdo. Scrivi.

Una promessa

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Se lungo il fiume mi tieni la mano, è perché la mia vita è fatta di fiumi. Li ho visti scorrere e ho sempre aspettato. Lungo la riva, ho sempre aspettato. Non ho mai fatto promesse, perché sapevo non le avrei mantenute.
Che vita, è stata. Prima era il mio fardello costante. Ora, qui e adesso, non la vedo più. Se l’è portata via il fiume, nella sua corrente impetuosa.
E allora me la fai una promessa? Adesso che puoi camminare leggera? Adesso che hai rallentato il tempo?
Ti guardo. Vi guardo. Siete voi il mio tempo rallentato, il mio presente e futuro. Siete il mio sogno la mia speranza, la mia realtà. La mia rinuncia e la mia ricchezza.
Quale promessa allora? Mi chiedo. Scrivere forse? La parola a volte mi viene difficile. Troppo ho fatto quadrare i conti anziché cercare giusti ritmi e assonanze. Viaggiare? Mi sono venute a nausea le folle, il rumore, gli aeroporti affollati. Preferisco i silenzi, i luoghi deserti, le parole sussurrate. Fermarmi? Ecco, quello lo potrei fare. Anche se correre e rincorrere è iscritto nei miei geni. Richiederebbe dunque disciplina, e disciplina mi manca.
Scuoti la testa. Perché io non vedo, mi manca a volte la visione laterale e non capisco i segnali nascosti. Anche quando è tutto chiaro e sotto la luce. Lungo la corrente del fiume.
Quale promessa allora?
Vivi.

Cuore elastico

jim dineL’uno e l’altra. Il cuore e la vita. Si avvolgevano l’una attorno all’altra. E il cuore si estendeva.
Non aveva scelta. Gli occhi correvano seguendo il percorso. Cambiavano colore. La pelle ora soffice ora stanca. Ed il respiro, un soffio. A volte affannato. A volte sommerso dal sonno. E non aveva scelta. Se non quella di modificarsi. Adattarsi. Riciclarsi. Rejuvenate. Riprendersi gli anni persi, accartocciarli e poi. Lanciarli lontano.
Si allungava, si rimpiccioliva. Si allargava a dismisura il cuore. La mente cercava momenti di quiete, eppure… fuggiva dalla noia, non sopportava i momenti di silenzio, non capiva la meditazione, temeva l’oblio. Lei, che era una contraddizione in se’, cercava di sbrigliare le matasse del suo vissuto. Quel bandolo, l’aveva: la certezza che non era sempre stata umana. Non erano i suoi geni a dirglielo, cassaforte di milioni di anni di cammino sulla Terra. Semplicemente sapeva. Da come si adattava, da come diventava territorio, acqua o roccia che fosse. Da come cambiava forma, il cuore.
Ora batteva e in quel momento, preciso momento, era viva.
In quell’unico momento.

Miele

miele

Contemplava le pareti bianche. Lo faceva nei momenti di stanchezza. E si diceva “Quadri, vanno appesi quadri”. E va tolto il bianco. Sono necessari colori. Così i rari momenti di contemplazione sarebbero potuti diventare più vivaci. Pochi erano quei momenti. Li evitava quando era sola, perché sempre portavano riflessioni indesiderate. Sulla vita ad esempio. Che di tanto in tanto metteva del miele sulle cicatrici. Vita bastarda. Che si diverte a tagliuzzarti e sfregiarti. E a ricoprire di sale le ferite.
Ecco perché le lacrime sono salate.
Vita puttana. Dopo mezzo secolo tira fuori il miele. Non sempre però. La dolcezza non è un lusso quotidiano. La felicità non è uno stato costante.
In uno di quei momenti di stanchezza felice, anche lui le disse “Dobbiamo appendere quadri alle pareti”. Poi, continuando il plurale degli amanti pieni di speranze “Perché ci siamo incontrati così tardi?”. Ora che la vita non ci permette di costruire più nulla.
E ci dà solo un po’ di miele. Occasionale miele sulle nostre cicatrici. Profonde, vecchie e nuove.
Altre ferite verranno. Probabilmente quando avremo ancora il sapore di miele in bocca. Fenderemo il colpo, alzando le braccia per difenderci il viso, la testa. E poi ci mostreremo le ferite a vicenda. Come sempre facciamo.
Così simili, entrambi. Avevano voluto disperatamente una famiglia, quella che la vita non gli aveva dato. E la famiglia era andata via. Gliel’aveva portata via la vita che non consente errori, che non perdona mai. Avrebbero voluto viaggiare e togliersi dalla quotidianità faticosa. Ma i soldi non bastavano. C’era da riparare gli errori. Avrebbero voluto amarsi sempre e senza ostacoli. Ma la vita, la bastarda, aveva loro sbarrato la strada con tutte le macerie da ricostruire. Così tante e pesanti che non ne sarebbero bastate tre, quattro, cinque di vite per rimettere tutto in piedi.
E poi c’era il miele. C’erano le albe senza nuvole. C’erano le primavere, che tornavano nonostante gli inverni. Ogni attimo era da assaporare, mordere, possedere. Non si poteva lasciar sfuggire questi attimi. I rari doni della vita puttana. Che mai ti dà il piacere gratis.
Guardavano le pareti, vicini e stretti uno accanto all’altra. A riscaldarsi l’anima e il corpo, perché ancora il sole sapeva d’inverno. “Vorrei che questo momento non finisse mai” diceva lui.
“C’è tutta la vita in questo momento” diceva lei. Tutta la vita che non avevano avuto e che avrebbero voluto. In quel momento.
E con la bella stagione avrebbero colorato le pareti.

Si arranca un po’

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Si arranca un po’. È la stanchezza, dicono. Altri imputano questo zoppicamento esistenziale alle piogge costanti. Eppure dovresti esserci abituata. Già. A che cosa? Alle corse a ostacoli o alla mancanza di estati?
Forse era meglio prima. Prima quando? Chiedo alla mia vocina che mi tormenta quando invece dovrebbe consolarmi. Prima. Quando non c’erano sogni. Quando lasciavi che tutto ti scorresse addosso. Quando avevi imparato a subire ben protetta dalla tua corazza.
Già. Adesso che la corazza si è disintegrata, adesso stupida donna cosa farai?
Adesso che hai re-imparato ad amare senza costrizioni, a odiare, scalciare, accarezzare, sussurrare, gridare, correre, saltare, graffiare, mordere, baciare, piangere a singhiozzi, ridere forte. Cosa farai adesso, stupida donna?
Non li avevi visti quegli ostacoli?
Taci. Tacete tutti. No, non li avevo visti. Ero troppo impegnata a danzare nella pioggia. Ti eri dimenticata della tua fragilità? No. La mia fragilità è la mia forza.
So che tutto finirà un giorno, perché l’unica certezza della vita è la morte. Basta leggere a caso le notizie di questo mondo bastardo. Una pagina a caso.
E allora, che senso ha?
Già.
Forse nessuno. Ma questi pochi attimi senza senso chiamati vita, che almeno abbiano un colore. Questa sequenza di attimi che potrebbe interrompersi senza preavviso. Che almeno abbia un’intensità, un dolore, una gioia, un’euforia incontenibile, una rabbia esplosiva, un torrente di lacrime.
Non è necessario arrancare sempre. Solo un po’, a volte. Capita, quando ti guardi indietro e sai che non dovresti farlo, mai. Sempre avanti lo sguardo, sopprimi quelle insulse paure. Sopprimile tutte.
Eppure dovresti esserci abituata. Alla pioggia.

Anime salve

nolde

Ci salveremo un giorno, sai? Il perché è semplice. Noi siamo quelli che si rialzano sempre, dopo ogni caduta. Quelli che si asciugano al sole dopo il temporale. Ci salveremo perché siamo sopravvissuti fino ad ora, facendo un vanto delle nostre macerie. E delle nostre cicatrici. A poco a poco, riusciamo anche a mostrarcele a vicenda.
La felicità? In questa vita sono solo attimi. Ce li prendiamo, li assaporiamo senza pudore, con il sano egoismo del nostro presente.
E sognamo un po’. Di quella serenità costante dello svegliarsi nel posto giusto ogni mattina, finalmente. Ma non in questa vita. Lo sappiamo, noi, che questa vita non è abbastanza. Che forse è troppo tardi. Che tra queste macerie si può trovare solo qualche sporadico fiore.
Nella prossima, certamente. Perché siamo destinati a reincontrarci, stavolta nel posto giusto e nel momento giusto, non importa in quale forma e in quale corpo.
Adesso riposiamoci un po’. Abbiamo corso troppo, su strade differenti ma convergenti. Abbiamo corso per un lunghissimo mezzo secolo sperando e disperando di salvarci. Arrivando ad approdi diversi tra una tempesta e l’altra. Ora riposiamoci in questo porto silenzioso, lontano dalle grida e dal possesso.
Perché ci salveremo un giorno, sai? Per ora, sognamolo.