Fragile

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Come bambina. Cammini cercando una mano. Perché ti perdi facilmente. Quante volte ti è capitato, ricordi? Al supermercato. In quella strada invernale, eri piccolissima. Nell’auto, ma non sai quando, ricordi solo l’angoscia dell’abbandono. Più grande, in seguito. Nelle tue indecisioni. Durante l’adolescenza inquieta. O su quel treno. Durante un sogno, poi. Cercavi una mano, ancora. Quando ti eri persa in un paese, sulle sponde di un oceano. In una casa fredda. In un ospedale, con in braccio un neonato. E cercavi la strada.
Cercavi la strada nel labirinto di un amore finito. Cercavi un’uscita ma tutto era così scuro, freddo, umido e faticoso.
Poi, anni dopo, sei fragile dentro ti hanno detto un giorno. Distesa su un letto, assonnata. Non essere più fragile. La nebbia fuori, l’inverno scuro che cresceva.
Non so come fare, avevi risposto. Tu che incespichi ancora sui lacci delle scarpe. Tu che cerchi ancora una mano. “Non so come fare”.
Ma quanto tempo è passato?
Più di vent’anni. Non te ne sei accorta? Vent’anni infiniti. Una vita. E non puoi tornare indietro. Smettila di pensarci. No, che non ci penso. Va tutto bene, in genere. Altre volte mi perdo, ma poco importa. Quando capita ascolto vecchia musica e sogno. Che qualcuno mi tenga per mano.

Settima ora

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Sono egoista. Vorrei tutto dopo anni di niente. Spesso mi alzo la mattina in preda a un narcisistico desiderio di possesso.
Famiglia, lavoro, le tue braccia che mi avvolgono nei momenti più bui, amicizie, il loro profumo in casa, la tavola imbandita e rumorosa. La vita insomma. Vorrei tutto.
Senza rendermi conto che il mio poco è giù moltissimo. Un universo intero.

Panta rei

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Ah com’è difficile trovare un approdo. Quando la navigazione non accenna a rallentare, mai. Com’è difficile fermarsi e trovare i punti fermi. E allora ci provo.
Provo a pensarmi esattamente un anno fa. A immaginarmi com’ero, tra scatoloni riempiti frettolosamente e rigorosamente da sola nei ritagli di tempo che dodici ore di lavoro quotidiano mi lasciavano. E attorno a me ritrovavo un deserto. Finirà mai tutto ciò? Mi chiedevo nella disperazione della stanchezza.
No, che non finisce. Tutto scorre, vero? Non finisce, ma si trasforma e diventa, a volte, pace. Come adesso, che mi concedo il lusso di questa scrittura arrugginita e impolverata.
Un anno è passato, difficile, faticoso come tanti, tanti altri. E mi ritrovo qui in una confortevole quiete, che mai avrei potuto immaginare. In un annoiato e languido pomeriggio.
Ma non è finito qui. Questo ho imparato. Ci saranno altri scatoloni, altri dolori, altri abbandoni.
Ho imparato a non sperare ma a prendere ciò che arriva. A non rassegnarmi ma ad accontentarmi. Ad amare senza voler possedere. A lasciar andare chi non vuole rimanere.
E il passato. Ho imparato che rimane sempre con te, controcorrente con le filosofie consolatorie che mal si addicono a noi occidentali deterministi e atei. Non si dissolve il passato ma lo si può osservare con un placido distacco. Pensare: ecco cos’ero dodici mesi fa, un individuo senza meta e senza pasti regolari. E sorridere, anzi ridere in modo isterico perché la consapevolezza che che si ripeterà again and again and again ci dà l’adrenalina necessaria a manovrare il timone.
Questo è un autunno di pace. Temporanea, come tutto. Ma pace. Ovattata e senza pretese. Senza eccessive lamentele. Senza eccessivi sforzi, a orario ridotto e a spese contenute. Senza eccessive aspettative e con pochi sogni essiccati tra le pagine di un libro.
Mi concedo il lusso di ricominciare a scrivere, mentre le foglie ingialliscono e aspettano la prossima giornata di vento alpino per ricoprire i marciapiedi.
Ecco l’approdo. Un vecchio diario virtuale che ha cambiato cento facce, cento volte è morto e cento volte rinato, anche lui vittima dell’interminabile samsara che tutti ci accomuna. Il nostro ciclo di perdite e acquisizioni. La vita che si spopola e si riempie a ritmi regolari. Le nostre necessarie maree.
E se l’estate mi attira a sud verso paesaggi e climi mediterranei, da sempre l’autunno sposta il mio magnete esistenziale verso nord. Lì rimarrò ancorata con la mente tranquilla, tra una marea e l’altra. Tra una parola scritta e un desiderio sussurrato.
Ma è un approdo temporaneo.

Cuore elastico

jim dineL’uno e l’altra. Il cuore e la vita. Si avvolgevano l’una attorno all’altra. E il cuore si estendeva.
Non aveva scelta. Gli occhi correvano seguendo il percorso. Cambiavano colore. La pelle ora soffice ora stanca. Ed il respiro, un soffio. A volte affannato. A volte sommerso dal sonno. E non aveva scelta. Se non quella di modificarsi. Adattarsi. Riciclarsi. Rejuvenate. Riprendersi gli anni persi, accartocciarli e poi. Lanciarli lontano.
Si allungava, si rimpiccioliva. Si allargava a dismisura il cuore. La mente cercava momenti di quiete, eppure… fuggiva dalla noia, non sopportava i momenti di silenzio, non capiva la meditazione, temeva l’oblio. Lei, che era una contraddizione in se’, cercava di sbrigliare le matasse del suo vissuto. Quel bandolo, l’aveva: la certezza che non era sempre stata umana. Non erano i suoi geni a dirglielo, cassaforte di milioni di anni di cammino sulla Terra. Semplicemente sapeva. Da come si adattava, da come diventava territorio, acqua o roccia che fosse. Da come cambiava forma, il cuore.
Ora batteva e in quel momento, preciso momento, era viva.
In quell’unico momento.

Mishmash

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Qualche tempo fa – non dico quando perché io aborro le celebrazioni e di tutte questa era la peggiore – passavo il mezzo secolo. Era una giornata torrida e per pura coincidenza (quasi quasi un fato festaiolo si fosse accanito contro la mia musaggine ed ostinata allergia verso qualsiasi sprazzo di allegria organizzata) mi ritrovavo la giornata priva di impegni di lavoro e venivo catapultata in un festoso music festival – per due giorni consecutivi, strenuo tour de force da cui mi sono ripresa qualche tempo dopo – dalla figlia adolescente ed energetica, fino a notte inoltrata (o almeno così definisco, nella mia visione anziana del fare tardi, mezzanotte e mezza).
Divorata da resilienti zanzare ma allo stesso tempo divertita dalla buona musica e stranamente isolata per qualche ora dalle preoccupazioni quotidiane, mi sono, inevitabilmente, lasciata andare a riflessioni.
Riflessioni. Che non faccio più perché non ho tempo. Perché le trovo inconcludenti e inutili. Come la mia scrittura. Che non pratico più, o almeno avevo deciso di lasciare nel dimenticatoio dei miei sogni di lussi (si fa per dire) passati finché qualcuno, alle soglie del mio semicentenario, candidamente mi ha chiesto “Perché?”. Già, perché?
Perché ho lavorato e basta, rispondevo io con la solita autoafflizzione, perché dovevo mettere le mani su un qualsiasi presente (passato e futuro sono concetti senza significato per me) da condividere con i miei figli. Dovevo consolidare qualcosa.
“Dovevi?” la solita voce querrula chiedeva perplessa. Già. Dovere. Mai piacere. Come questo angolo di scrittura, come questa pagina elettronica di mishmash sperimentale, io che mi atteggiavo a creativa senza speranze, fino a che, nel solito mese torrido tradizionalmente passato a colpi di autocommiserazione sulle gengive, si è abbattuta la scadenza delle cinque decadi.
Ma un attimo, riprendiamo: riflessioni dicevo. E il concerto. Ah già, ho perso un po’ il filo, scusate l’età. Le riflessioni sul perché non ho accennato a nulla e a nessuno. E perché ne parlo solo ora che mi sento al sicuro, a scadenza conclusa e passata.
Le motivazioni sono le solite. Perché celebrare un fallimento di vita? Mi sono sempre ripetuta a mantra. Il fallimento del mio concetto piccoloborghese di vita. Quella vita piccola piccola che mi ero immaginata, io che non l’avevo mai avuta, quella famiglia da mulino bianco, me l’ero costruita senza fondamenta. Non sapevo come, non avevo capacità progettuali, anni di terapia hanno così giustificato i miei errori. Giustificato, bada, ma mai perdonato. La psicoanalisi non ammette perdono. Per cui, quando si è sbriciolato tutto che manco un uragano del nord-est avrebbe saputo fare meglio, ho raccolto le responsabilità, lasciato indietro tutto il resto e sono andata avanti. In qualche modo. E ci ho messo anni. Non so neppure quanti. Anni e decenni, a capire che il concetto di vita relazione con cavalier servente-aperitivo e cinema il sabato-vacanzina al mare con fidanzato/marito/figli-amiche affettuose che ti guardano il gatto e ti portano i biscotti quando stai male-lavoro stabile tredicesima e ferie non era per me.
Non chiedetemi perché. Non è successo. E nella musica forte e gioiosa, ecco la peak experience: non avrebbe potuto essere altrimenti. Perché io sono io. Non sono nata in una famiglia estesa, e le paure che mi porto appresso sono quelle che mi fanno e plasmano come sono. E se non avessi questo vissuto non sarei io. Semplicemente.
Non è cambiato molto, da quella riflessione. Spesso ricado nelle mie recriminazioni quotidiane. Un cavalier servente che mi aiuti con la spesa, di tanto in tanto, non mi dispiacerebbe. Vabbé, se sono troppo stanca pago il supermercato che mi porti la roba a casa. Non mi dispiacerebbe neppure qualcuno che rassicuri le mie ataviche paure di non farcela, the odd time. Ma ho imparato molto presto da bambina l’arte dell’autoconsolazione. Pare che i figli unici di genitori problematici siano maestri in materia. E soprattutto, non mi dispiacerebbe qualche vacanzina al mare, nulla di che, qualche giorno sdraiata sotto un ombrellone a contemplare la beata inutilità di un sublime momento piccoloborghese.
Lussi così. Ricomincio dunque a sperimentare con le mie parole confuse. Di tanto in tanto, queste pagine non sono un diario ma un pasticciaccio brutto. Mi è stato detto di trovarmi un hobby, di lavorare di meno che tanto ormai precaria cronica rimango. Tanto vale giocare un po’. Non pensare al futuro, massantocielo il futuro non esiste. Le cinque decadi che mi trascino appresso invece sì. Pesante fardello di contraddizioni, pentimenti, errori e ripensamenti.
Ma sono sopravvissuta. Sono ancora qui. E vaffanculo tutto il resto.

Miele

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Contemplava le pareti bianche. Lo faceva nei momenti di stanchezza. E si diceva “Quadri, vanno appesi quadri”. E va tolto il bianco. Sono necessari colori. Così i rari momenti di contemplazione sarebbero potuti diventare più vivaci. Pochi erano quei momenti. Li evitava quando era sola, perché sempre portavano riflessioni indesiderate. Sulla vita ad esempio. Che di tanto in tanto metteva del miele sulle cicatrici. Vita bastarda. Che si diverte a tagliuzzarti e sfregiarti. E a ricoprire di sale le ferite.
Ecco perché le lacrime sono salate.
Vita puttana. Dopo mezzo secolo tira fuori il miele. Non sempre però. La dolcezza non è un lusso quotidiano. La felicità non è uno stato costante.
In uno di quei momenti di stanchezza felice, anche lui le disse “Dobbiamo appendere quadri alle pareti”. Poi, continuando il plurale degli amanti pieni di speranze “Perché ci siamo incontrati così tardi?”. Ora che la vita non ci permette di costruire più nulla.
E ci dà solo un po’ di miele. Occasionale miele sulle nostre cicatrici. Profonde, vecchie e nuove.
Altre ferite verranno. Probabilmente quando avremo ancora il sapore di miele in bocca. Fenderemo il colpo, alzando le braccia per difenderci il viso, la testa. E poi ci mostreremo le ferite a vicenda. Come sempre facciamo.
Così simili, entrambi. Avevano voluto disperatamente una famiglia, quella che la vita non gli aveva dato. E la famiglia era andata via. Gliel’aveva portata via la vita che non consente errori, che non perdona mai. Avrebbero voluto viaggiare e togliersi dalla quotidianità faticosa. Ma i soldi non bastavano. C’era da riparare gli errori. Avrebbero voluto amarsi sempre e senza ostacoli. Ma la vita, la bastarda, aveva loro sbarrato la strada con tutte le macerie da ricostruire. Così tante e pesanti che non ne sarebbero bastate tre, quattro, cinque di vite per rimettere tutto in piedi.
E poi c’era il miele. C’erano le albe senza nuvole. C’erano le primavere, che tornavano nonostante gli inverni. Ogni attimo era da assaporare, mordere, possedere. Non si poteva lasciar sfuggire questi attimi. I rari doni della vita puttana. Che mai ti dà il piacere gratis.
Guardavano le pareti, vicini e stretti uno accanto all’altra. A riscaldarsi l’anima e il corpo, perché ancora il sole sapeva d’inverno. “Vorrei che questo momento non finisse mai” diceva lui.
“C’è tutta la vita in questo momento” diceva lei. Tutta la vita che non avevano avuto e che avrebbero voluto. In quel momento.
E con la bella stagione avrebbero colorato le pareti.

Dodici mesi fa. Sedici anni dopo.

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Ritrovo il vecchio diario: “E ora?” scrivevo dodici mesi fa. Sembra una vita. Ma questi dodici mesi sono stati una vita, baby. Per me, per te, per tutti noi.
E accanto alla nota desolata, appuntavo anche il giorno speciale. Anche oggi, ma non ho bisogno di appuntarlo. Oggi è davvero speciale. Sedici anni. Questa sì, è stata una vita. Una lunghissima vita. Sedici anni e sette dolorosi, affannati traslochi. E tu mi hai seguito. Sempre.
Ma lo scorso gennaio, dicevo. Quando annotavo nebbie e desolazioni. Ci avresti scommesso tu, vittima di questa catastrofe, sulla mia vita? Che mi sarei risollevata -sì, ancora- certamente non per l’ultima volta, certamente non dopo l’ultima caduta (perché la vita, ormai l’hai imparato, è così)? Stavolta, finalmente innalzandomi e diventando genitore.
Dodici mesi sono volati via. Per te no. Per te sono una fetta enorme di esistenza. E sei cambiata. Giovane donna adesso, non lasci spazio ad anomalie e incidenti. E non hai più bisogno di accudirmi, baby.
Lo so. So, sappiamo quanto sono stati difficili questi sedici anni. Per noi tutti non ci sono state gite spensierate al mare, passeggiate al parco e pranzi della domenica in famiglia. Forse non li volevamo, forse questa è la nostra vera natura. Saltare da una città all’altra, da un aereo all’altro, da un’esperienza all’altra. Tu appartieni ad una famiglia aperta, che si allarga in continuazione a macchia d’olio. Per anni hai vissuto di deprivazioni, ora vivi di continue aggiunte. E vedo che questo ti rende felice. Così giovane hai già imparato questa regola fondamentale di vita, ovvero che l’amore è fatto di molteplicità, non di esclusione.
Chi l’avrebbe detto, sedici anni fa? Quando, su un tavolo operatorio mi aggrappavo alla speranza di una felicità semplice. Non sapevo -non sapevamo- allora che la felicità è la cosa più difficile. Che per un effimero momento ne devi passare altri diecimila di dolore. Cosa ne sapevamo allora, io nella mia disintegrazione e tu, beh, nelle tue poche ore di esistenza?
Ora sappiamo. Per cui, baby -o meglio, mia giovane donna- non lasciare mai che nessuno ti escluda dai tuoi molteplici affetti. Continua con le tue gioiose aggiunte, con le tue case sparse geograficamente, continua ad essere cittadina di un mondo che è tutto tuo. Tutto vostro. Io di danni ne ho fatti, come tutta la mia disgraziata generazione di trapasso. Noi che appartenevamo ai libri e ai telefoni a gettoni, siamo stati catapultati nella comunicazione costante, senza tuttavia saper comunicare.
Ora ho imparato. E parlare con te è la cosa più bella.
Rimani quello che sei. Una persona spendida.